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Biocarburanti, l’ultima chiamata per Bruxelles

La revisione delle direttive europee che regolano la produzione ed il consumo di biocarburanti è a un passaggio cruciale. Il prossimo 24 febbraio la Commissione ambiente del Parlamento europeo dovrà esprimersi in seconda lettura sul pacchetto di revisione conosciuto come “direttiva ILUC”, un acronimo che sta per Indirect Land Use Change, cioè “cambiamento indiretto nell’uso della terra”.

Sono ormai passati due anni e mezzo da quando la Commissione europea presentò una proposta di modifica delle due direttive sui biocarburanti, quella sulle energie rinnovabili (Renewable Energy Directive – RED 28/2009/CE) e quella sulla qualità dei carburanti (Fuel Quality Directive – FQD 30/2009/CE). Fin dall’avvio del processo di revisione molte organizzazioni della società civile hanno chiesto alle istituzioni europee (e per quanto riguarda il nostro Paese anche al governo italiano) che si cogliesse l’occasione per una radicale riforma, promuovendo una maggiore sostenibilità ambientale, sociale ed economica, che l’attuale impianto normativo non è in grado di conseguire.

Il percorso di revisione non è stato semplice, con i vari passaggi istituzionali che hanno progressivamente annacquato la proposta della Commissione, che appresentava un punto di partenza da migliorare e non da peggiorare. In primo luogo, l’obiettivo principale della revisione era quello di promuovere l’utilizzo di quei biocarburanti che effettivamente garantiscono un risparmio di emissioni rispetto alle fonti fossili, e ciò è possibile solo contabilizzando all’interno dei criteri di sostenibilità anche le emissioni indirette causate dall’aumento delle superfici dedicate alle coltivazioni agro energetiche (che siano alimentare o colture dedicate).

Tali emissioni indirette, dovute al Indirect land use change (ILUC, appunto) sono al cuore del processo di revisione ma su di esse, purtroppo, pur con differenze significative tra la posizione dei governi e quella del Parlamento, l’Unione europea non sta facendo abbastanza: le proposte “in campo” prevedono nel migliore dei casi (è la posizione del Parlamento) la loro contabilizzazione dopo il 2020, mentre alla peggio (è la posizione del Consiglio) la escludono categoricamente.
Un secondo fondamentale aspetto riguarda il limite all’utilizzo di biocarburanti ricavati da prodotti alimentari e dalle coltivazioni agro-energetiche dedicate (energy crops) che causano enormi impatti sociali, sia incidendo sulla dinamica inflattiva dei prezzi agricoli, come dimostrato dalla crisi alimentare del 2007-2008, che sugli investimenti in terra e gli impatti di land grabbing, vale a dire violazioni sistematiche di diritti umani fondamentali come, ad esempio, quello al cibo.
La proposta che il relatore del dossier, il finlandese Nils Torvarlds, porterà al voto della Commissione ambiente prevede di limitare l’utilizzo dei land-based biofuels al 6%, rispetto a un’obiettivo di sostituzione del 10%. Oggi questo tipo di biocarburanti copre in media il 5% del consumo totale di carburanti in Europa, e per questo il limite dovrebbe almeno essere posto a tale livello, in modo da bloccare da subito ogni ulteriore crescita del loro consumo. Inoltre la proposta che la Commissione ambiente del Parlamento voterà contiene una misura molto pericolosa che va in controtendenza rispetto all’obiettivo di limitare l’uso di biocarburanti di prima generazione, ovvero un sotto-target di sostituzione che richiede ai Paesi europei di arrivare a sostituire almeno il 6,5% delle benzine con etanolo, un biocarburante ricavato, tra l’altro, trasformando la canna da zucchero e il mais.

Infine, c’è la partita sui cosiddetti biocarburanti avanzati, ovvero ricavati da prodotti che non entrano in competizione con la destinazione alimentare, sulla cui definizione e sostenibilità, tuttavia, si è aperto un grande dibattito non ancora concluso. Osannati da chi li crede la soluzione ad ogni problema di sostenibilità che caratterizzano quelli di prima generazione, vanno in realtà considerati con grande cautela accompagnandone l’utilizzo a stringenti, e attualmente assenti, criteri di sostenibilità ambientale e sociale. Andrebbero escluse, ad esempio, le coltivazioni agro-energetiche dedicate (non bastano quelle agroalimentari) e dovrebbe essere adottato un principio di gerarchia e dell’utilizzo a cascata per quanto riguarda scarti e rifiuti.

Il voto del 24 febbraio al Parlamento europeo rappresenta un’occasione unica per porre finalmente un limite all’utilizzo sempre più crescente di biocarburanti i cui rischi sociali e ambientali sono stati ampiamente descritti. È di fondamentale importanza che la Commissione ambiente licenzi una proposta ambiziosa e dia mandato al rapporteur Torvalds di negoziarla direttamente con il Consiglio. L’assenza di coraggio nella proposta e di un mandato chiaro per il relatore farebbe affondare definitivamente il “pacchetto ILUC” nelle sabbie mobili dell’iter decisionale europeo, chiudendo così le porte a qualsiasi, seppur non radicale, cambiamento.
Per questo è importante fare pressione sui parlamentari italiani. Andando sul sito  http://takeaction.biofuelsreform.org/ è possibile prendere parte ad un’azione di mobilitazione lanciata a livello europeo inviando messaggi via Twitter ai Parlamentari europei italiani della commissione ambiente per sollecitarli a votare una proposta che sia effettivamente capace di migliorare la sostenibilità complessiva dei biocarburanti.
Il voto della Commissione ambiente, così come l’esito finale della revisione, è importante  per l’impianto futuro della politica europea sui biocarburanti ma anche per il segnale sul futuro dell’intera politica bioenergetica europea, ovvero il sempre più crescente utilizzo di biomasse per sostituire le fonti fossili nel riscaldamento e raffreddamento e nella produzione elettrica.

Ad oggi, la produzione di biocarburanti copre a malapena il 2,5% del fabbisogno energetico complessivo nel settore dei trasporti a livello mondiale e le biomasse e le bioenergie forniscono il 10% dell’energia globale. Considerando che al 2030 le stime prevedono che il solo consumo europeo di bioliquidi e biocarburanti avrà bisogno di 70 milioni di ettari, la maggioranza dei quali in territori extra-europei, capiamo bene che il futuro alimentare del pianeta è incompatibile con le stime di consumo bioenergetico e che né l’intensificazione del produzione (che avverrebbe di nuovo a discapito dell’ambiente), né l’utilizzo di terreni cosiddetti degradati, né i biocarburanti di seconda e addirittura terza generazione saranno in grado di risolvere il problema di un’equazione irrisolvibile tra la finitezza delle risorse (terra, acqua) e i bisogni di una popolazione in crescita.
Serve un’inversione di rotta radicale poggiando il futuro energetico europeo su solide basi  di sostenibilità sociale, ambientale e di rispetto dei diritti umani fondamentali.

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