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Burkina Faso, le violenze dell’esercito

Tra la fine di ottobre e l’inizio novembre 2014, l’esercito e la guardia presidenziale del Burkina Faso fecero un uso “spesso letale” della forza per reprimere le manifestazioni -in larga parte pacifiche- contro l’ex presidente Blaise Compaoré. L’ha affermato Amnesty International, che ha raccolto, analizzato e ricostruito in un rapporto pubblicato all’inizio del 2015 le violenze del Reggimento della sicurezza presidenziale (Rsp), della gendarmeria e dell’esercito nel corso delle proteste scoppiate nella capitale Ouadagoudou e che costarono la vita a oltre 10 persone -senza contare le centinaia di feriti-.

“Le prove raccolte -ha sostenuto Amnesty- lasciano intendere che l’esercito abbia dato scarso, se non nullo preavviso prima di aprire il fuoco sui manifestanti, alcuni dei quali avevano le mani in alto. Molti di essi sono stati colpiti alle spalle mentre cercavano di fuggire. Sulla base della legge del Burkina Faso, in circostanze del genere l’esercito non è autorizzato neanche a intervenire”.

“L’ultimo disperato tentativo di sopprimere le legittime proteste (iniziate a seguito del tentativo del presidente Blaise Compaoré di modificare, per la terza volta, l’articolo 37 della Costituzione onde potersi ricandidare alle elezioni del 2015, nda) e proteggere il governo dell’ex presidente Blaise Compaoré ha provocato la più violenta repressione dell’esercito burkinabé da decenni a questa parte. I soldati e i loro superiori sospettati di aver preso parte alle uccisioni e ai ferimenti devono essere processati” – ha dichiarato Gaëtan Mootoo, che per conto di Amnesty International sull’Africa occidentale.

I manifestanti e le persone che si sono limitate ad assistere alle proteste, bambini inclusi, sono stati raggiunti da proiettili ma anche picchiati coi manganelli e frustati con corde. Compreso un giornalista, che è stato aggredito dai soldati.

Il governo transitorio del Paese ha nominato un comitato ad hoc per esaminare le violazioni dei diritti umani seguite alla “rivolta popolare”, che Amnesty ha ritenuto in ogni caso “privo del potere di condurre indagini”.

Da qui la richiesta dell’istituzione di una “commissione d’inchiesta imparziale e dotata di pieni poteri per indagare sugli eventi dello scorso autunno e sulle violazioni dei diritti umani commesse”.

Una questione che riguarda direttamente e indirettamente anche il consumo critico e il commercio equo e solidale internazionale. Il Paese, infatti, è sede di importanti filiere eque e produttori, noti anche ai consumatori consapevoli italiani. Tra i progetti, infatti, basti ricordare Zabré, avviato dall’associazione Croce del Sud con il sostegno di alcuni enti locali (Comune di Piombino e Provincia di Livorno) e di altre associazioni del territorio, e volto alla realizzazione di alcuni centri sanitari e di scolarizzazione per la comunità del villaggio di Zabrè, ubicato nella parte sudorientale del Burkina Faso, vicino al confine con il Ghana. Nell’autunno del 2008, infatti, Croce del Sud e LiberoMondo hanno avviato la commercializzazione di una linea di cosmesi naturale (denominata “Taama”, dal nome che il burro di karité ha in Burkina).

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