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Equo ma non troppo? AGICES risponde

Dopo le “ombre sul commercio equo” è il tempo del più sobrio “Equo ma non troppo”. Un recente articolo apparso sul settimanale “D” de la Repubblica torna a sollevare le già discusse “accuse” rivolte al commercio equo e solidale, reo di aiutare “poco l’Africa, molto le imprese, per niente i lavoratori”. “Le associazioni -si legge nel pezzo intitolato ‘Equo ma non troppo’- si difendono. Però ammettono i difetti del sistema”. Tra queste anche AGICES, la cui opinione è stata riportata solo parzialmente.

Prima di pubblicarla, però, è bene fare un passo indietro. A far da fondamenta dell’approfondimento di “D” è, ancora una volta, una ricerca del Fair Trade Employment and Poverty Reduction (Ftepr, istituito dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale inglese) pubblicata a fine maggio 2014 e già ripresa dal mensile Africa sotto al titolo “Ombre sul commercio equo”. Compensi bassi, condizioni di lavoro peggiori di quelle riscontrabili presso società non legate al fair-trade, ricorso al lavoro minorile.

Già all’epoca, Vittorio Leproux, membro del direttivo di AGICES, aveva fatto notare che “i ricercatori hanno preso in esame solo due nazioni, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Altri studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università di Roma Tor Vergata o all’organizzazione Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del commercio equo, giungendo a conclusioni molto diverse”.

Alla ricerca Soas si sarebbe aggiunto un libro di Ndongo Samba Sylla, “un economista 35enne senegalese della tedesca Rosa Luxemburg Foundation, che in passato ha collaborato con Fairtrade”.

Ed è in questo confuso sovrapporsi dei “problemi maggiori per Fairtrade” che interviene Alessandro Franceschini, presidente di AGICES. Un chiarimento -per esteso e non per poche battute- più che una difesa.

1) Cosa pensa delle critiche che sono state mosse nei mesi scorsi dalla ricerca dell’Università Soas di Londra (sulle paghe dei contadini legati al commercio equo e solidale in Etiopia e Uganda, che risultano inferiori a quelle non legate all’equosolidale) e dallo studioso Ndongo Samba Sylla, secondo cui a beneficiare del sistema è soprattutto l’America Latina e non l’Africa?

“Più che di critiche parlerei di letture parziali di una realtà molto complessa e in continua costruzione, che naturalmente presenta delle criticità accanto a indubbi effetti positivi registrati da valutazioni di impatto e studi condotti negli ultimi 30 anni da Università ed enti di ogni continente. Ma gli elementi negativi non vanno assolutamente sottovalutati, anzi: vanno affrontati con decisione e risolti in tempi rapidi per non danneggiare la credibilità dell’intero sistema e dei milioni di produttori, volontari, lavoratori e consumatori che ogni girono costruiscono il Commercio Equo e Solidale. Il sistema di Commercio Equo che noi rappresentiamo è fondato sulla relazione tra Organizzazioni (oltre ai gruppi di produttori nel sud del mondo, gli importatori e le botteghe in Italia, organizzazioni democratiche e senza scopo di lucro) più che sulla certificazione di prodotto, e questo almeno potenzialmente può fornire qualche elemento in più di controllo sull’intera filiera. La risposta sta quindi nel non voler ridurre il commercio equo ad una mera relazione commerciale: si deve trattare piuttosto di una relazione tra organizzazioni, il cui lavoro è reciprocamente garantito.
Sulle critiche specifiche: nel rapporto Soas i ricercatori hanno preso in esame solo, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Alcuni studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università̀ di Roma Tor Vergata o dall’organizzazione internazionale Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del Fair trade, giungendo a conclusioni decisamente diverse. Il rapporto comunque mette in luce alcune criticità che non si devono sottovalutare. Una delle cause va ricercata nel fatto che spesso si agisce in zone povere e svantaggiate dei Paesi: può capitare che i produttori locali abbiano mezzi economici più modesti rispetto a realtà più solide e grandi dislocate in zone maggiormente sviluppate. Gli stessi autori della ricerca invitano a non sottovalutare questo aspetto. Così come, al di là dell’aspetto salariale, uno degli elementi che più caratterizzano il Fair Trade (secondo la voce proprio dei produttori) è la continuità della relazione economica, che non dipende da fluttuazioni di borsa e che continua anche in caso di difficoltà nella produzione. Relazioni e garanzie di continuità che permettono ai contadini, altrimenti soffocati dalle leggi del mercato, di accedere al credito, di mandare i figli a scuola e di poter pianificare il futuro: aspetti in molti casi anche più importanti della questione reddito. Da questa vicenda dobbiamo comunque imparare la lezione di essere più attenti e solleciti anche rispetto ai braccianti e agli stagionali che sono impiegati dalle organizzazioni di produttori.
Sul ritardo del Fair trade dell’Africa rispetto ad Asia e America Latina: è vero, per vari ordini di problemi (tra i quali i costi di trasporto per le importazioni e l’instabilità di molti contesti regionali) e molte Organizzazioni si stanno concentrando proprio su questo obiettivo, per sostenere i produttori africani che in molti Paesi stanno avviando percorso virtuosi. Un solo dato per quanto ci riguarda: dei 15milioni di Euro di importazioni da produttori di commercio equo da pare delle Organizzazioni nostre Socie, solo l’11% arriva dal continente africano. C’è ancora molto da lavorare”.

2) Può parlarci del mass balance, ovvero del sistema che permette di mescolare le materie prime certificate Fairtrade con materie prime tradizionali e mantenere comunque il bollino Fairtrade sul prodotto? È un sistema che ha un po’ “imbastardito”, annacquato il commercio equo solidale?

“Intanto è importante ribadire che la gran parte del Commercio Equo fondato sulle Organizzazioni lavora con un sistema di controllo e di monitoraggio non legato alla certificazione di prodotto. Non mi risulta che tra i nostri associati venga praticato il mass balance. Per il nostro modo di pensare il Commercio Equo e Solidale l’obiettivo è la tracciabilità totale a cui è importante tendere. Non è però detto che sia sempre tecnicamente possibile, ad esempio in una fase di implementazione del progetto, quando ancora i volumi di vendita non permettono l’approvvigionamento di materia prima sufficiente. Ma deve essere un’eccezione rapidamente sanata in un’ottica di filiera interamente equa e solidale”.

3) Si sente di rassicurare il consumatore italiano che compra equo e solidale? Comprare prodotti come il caffé Etiopia, le banane Ecor o la cioccolata Compañera, nonostante le polemiche, aiuta davvero i contadini del Terzo Mondo?

“Il Commercio Equo e Solidale è una delle forme di economia più innovative e “capaci di futuro” per ridisegnare i rapporti di forza tra le economie pubbliche e private in ogni angolo della terra, e soprattutto per difendere il lavoro di chi non ha tutele. Il solo portare al centro del dibattito politico ed economico internazionale e all’attenzione dei consumatori la voce di chi è più escluso, è di per sé una garanzia di sostegno a chi non ha voce in capitolo o luoghi dove farla sentire. A garanzia del consumatore proprio in questi giorni l’Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale sta lanciando per le proprie Organizzazioni socie il marchio Equo Garantito, una grande novità che assicurerà ai cittadini che entrano in una delle nostre botteghe il controllo della filiera (con un sistema di monitoraggio continuo certificato da un ente terzo indipendente) e il rispetto di quanto scritto nella carta dei Criteri del Commercio Equo e Solidale e in armonia con gli standard internazionali. La maggior forma di controllo dell’intero sistema è comunque la partecipazione da parte di consumatori attenti e sensibili al tema di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale”.

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