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Fuggire o morire, il bivio dei migranti forzati

Chi intraprende le rotte migratorie tra i Paesi sub-sahariani e l’Europa non ha scelta: “fuggire o morire”. Un bivio drammatico che ha dato il titolo a un rapporto curato dall’organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU), pubblicato a fine luglio. Il lavoro -frutto dei primi sei mesi di attività del progetto “ON TO: Stopping the torture of refugees from Sub-Saharan countries along the migratory route to Northern Africa” (Stop alla tortura dei rifugiati lungo le rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso il Nord Africa), co-finanziato dall’Unione Europea e da Open Society Foundations, e che verrà ultimato nel mese di settembre- ha visto al centro le testimonianze dei migranti giunti in Italia e ospitati presso il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Ragusa, il Centro di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara) di Mineo e in alcuni “insediamenti informali” di Roma (edifici occupati, stazioni). Aree dove MEDU opera a partire dal giugno e dal novembre 2014. E dove ha compreso una volta di più la brutalità di chi paventa una “invasione”. “Affermazioni come ‘aiutiamoli a casa loro’ o la sua variante più xenofoba ‘se ne restino a casa loro’ oppure ancora ‘accogliamo i rifugiati ma i clandestini devono essere respinti’ -sostengono da MEDU- sono spesso patrimonio di molti politici oltre che del luogo comune”.
Ai gruppi di ricerca e ascolto dell’organizzazione -i cui risultati sono stati raccolti e tradotti dagli autori Alberto Barbieri, Giuseppe Cannella, Laura Deotti e Mariarita Peca-, oltre 150 migranti hanno fornito “testimonianze approfondite” sulle rotte migratorie seguite, sul traffico di esseri umani incontrato e patito, sulle ragioni delle partenze (persecuzione politica, religiosa, coscrizione militare obbligatoria), sul tipo di violenze e torture subite e, infine, sulle conseguenze psicologiche del “percorso” effettuato. Tra le rotte descritte ne spiccano due: quella dell’Africa occidentale -che dal Niger porta alla Libia (vedi immagine sotto)- e quella dell’Africa orientale -dove il Sudan è il punto di passaggio, sempre verso la Libia-. La prima, e più battuta dagli intervistati di MEDU, dura in media “22 mesi”. “In media -si legge in ‘Fuggire o morire’- i richiedenti asilo hanno trascorso 13 mesi in Libia”, prima di partire dalle coste diretti in Italia attraverso il Mediterraneo. “La rete del traffico è una catena a maglie lente, in cui anche un singolo individuo può inserirsi e sfruttare i migranti vulnerabili, attraverso sequestri, lavoro forzato o estorsione di denaro”. Le fonti di MEDU -indicate con le iniziali, l’età, la nazionalità e il luogo dell’intervista- ricostruiscono la tela delle rotte, i diversi tipi di trafficanti. Ce ne sono due, di norma: quello che si preoccupa di organizzare la tratta da Agadez (Niger) verso la Libia e chi quella in mare. E.C. ha 19 anni e arriva dalla Nigeria. Racconta della “strada per l’inferno” che attraversa il deserto tra Agadez e Gatron o Sabah (in Libia). Un deserto “pieno di tombe”, dove E. C. ha visto “tanti corpi morti”, anche di “persone cadute dal veicolo” usato dai trafficanti. O. K., ventenne ivoriano, ha lavorato un anno in Libia senza essere pagato. La realtà lo costringeva ad esser schiavo di chi avrebbe potuto accordargli la partenza. “Tutti i 100 richiedenti asilo intervistati da MEDU in Sicilia e tutti i 400 intervistati a Roma hanno riferito di essere stati vittime di qualche tipo di trattamento crudele, inumano o degradante (CIDT), soprattutto in Libia”, si legge nel rapporto. C’è chi è stato rinchiuso, legato, bendato, carcerato o sequestrato. Chi ha subito aggressioni, violenze e percosse. Al 97% degli intervistati è stata sottratta acqua e cibo. S. K. ha 67 anni ed è giunta dall’Eritrea fino al Centro di accoglienza informale di Roma Baobab. Ha pagato 2.400 dollari per arrivare dal Sudan alla Libia. È stata in carcere a Tripoli per quattro mesi, senza motivo. Ha visto le proprie nipoti nelle mani dei guardiani, una delle quali è finita ostaggio. “In prigione eravamo 70-80 persone con un solo bagno”. Vietato ammalarsi, come racconta A. M., gambiano di 26 anni: “Non hai diritto di vedere un dottore -dice riferendosi alle carceri libiche- puoi solo morire e il tuo corpo viene buttato fuori”. Nessuno degli intervistati ha deciso di sprofondare in quei gironi per potersi fermare nel nostro Paese: tutti sono in transito verso il nord Europa.

(Le rotte migratorie verso l’Europa. Dal rapporto “Fuggire o morire” – Medici per i diritti umani)
A chi incrocia gli aguzzini senza nome (il più delle volte indossano o una divisa -agenti di polizia libica- o un’uniforme -militari-) non rimangono soltanto le cicatrici. Gli operatori di MEDU si sono concentrati infatti sul “legame tra i trattamenti inumani e degradanti, la tortura e il disagio mentale”. Disturbi d’ansia, episodi depressivi, disturbi da stress post traumatico o dell’umore e anche da incubi, insonnia.
“Un anno e mezzo fa ho perso mio padre, ucciso davanti ai miei occhi da fondamentalisti islamici di Boko Haram che mi hanno tenuto prigioniero e mi hanno picchiato per circa quattro mesi -è la testimonianza di E.I., 30 anni, dalla Nigeria, intervistato al Cara di Mineo-. Ho vissuto in Nigeria, non lontano da Benin City. Porto ancora i segni sulle gambe e sui piedi e non posso ancora camminare bene, forse per sempre. Penso a mio padre ucciso e alla mia famiglia e non so come andare avanti dal momento che sono ancora senza documenti e senza lavoro. Ho un nodo alla gola e mi fa male lo stomaco. La mattina, da molte settimane, non voglio alzarmi dal letto. Spesso mi capita di voler piangere nella mia stanza e il mio petto si stringe. Sarò in grado di trovare un lavoro?”.
Quella che il rapporto definisce come “ampiezza” e “pervasività” del traffico impone, per gli autori, di riconsiderare le etichette. “La tradizionale dicotomia tra rifugiati e migranti economici -si legge- sembra essere più un concetto astratto che uno strumento in grado di comprendere adeguatamente una realtà complessa”. Sarebbe più opportuno quindi considerarli come “migranti forzati”, che fuggono per salvarsi lungo rotte dominate dal “senso di insicurezza e vulnerabilità”. Sono “bersagli mobili” cui il sistema di accoglienza nazionale risponde con modelli fondati su macro-strutture -il Cara di Mineo ne è un esempio, visto che ospita tra le 3mila e le 4mila persone-. Una risposta sbagliata secondo i rappresentanti di MEDU, cui andrebbe preferita un’accoglienza basata su centri e strutture più ridotte, che favoriscano integrazione e -sempre che sia possibile- la seppur minima considerazione della storia di vita di chi ci finisce dentro.
di Duccio Facchini, tratto da Altreconomia

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