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McDonald’s, Unhappy meal

A McDonald’s la crisi economica fa bene, specie in Europa dove le vendite di hamburger, patatine e bibite gassate sono aumentate del 20 per cento dopo il 2008, e il fatturato aziendale ha toccato i 20,3 miliardi di euro (nel 2013). Però, spiega un rapporto diffuso ieri da War on Want, una Ong inglese nata negli anni Cinquanta per “combattere la povertà globale”, non sarebbe cresciuto allo stesso modo l’apporto “fiscale” di McDonald’s alla spesa pubblica europea. Anzi, secondo l’analisi, realizzata in collaborazione con EPSU, EFFAT e SEIU, una coalizione di sindacati europei e nordamericani,una complessa nuova architettura societaria avrebbe permesso alla multinazionale di eludere oltre un miliardo di euro di tasse tra il 2009 e il 2013.

Lo strumento utilizzato da McDonald’s -spiega il report “Unhappy meal”– sarebbe una società di diritto lussemburghese, cui l’azienda ha trasferito alla fine del 2008 i diritti di proprietà intellettuale e di franchising in Europa. La società si chiama McD Europe Franchising Sàrl, impiega 13 persone, e in cinque anni (dal 2009 al 2013) avrebbe registrato un fatturato complessivo di 3,7 miliardi di euro, ma avrebbe pagato appena 16 milioni di tasse.
Ma le “tasse stimate qualora queste royalties fossero trattenute nei Paesi europei, e considerati profitti” sarebbero pari ad almeno 1,06 miliardi di euro.

“Nel 2013, il ‘cuneo fiscale’ per McD Europe Franchising Sàrl’s sarebbe sceso all’1,4%, e appare significativamente più basso rispetto a quello applicato secondo lo standard del Lussemburgo, pur considerando il generoso regime fiscale standard del Paese, che tassa le royalties e il reddito da proprietà intellettuale al 5,8%. Ciò pare suggerire la presenza di un accordo fiscale ‘preferenziale’ tra l’impresa e il Lussemburgo, simili a quelli rivelati dall’inchiesta dell’ICIJ alla fine del 2014” spiega il report.

La Commissione europea riconoscere regimi fiscali speciali per i diritti di proprietà intellettuale, ma a patto che questi ricavi vengano investiti in attività di ricerca e sviluppo, cosa che McD Europe Franchising Sàrl non farebbe.

Una parte del report è dedicata ai principali mercati europei di McDonald’s, e tra questi c’è anche quello italiano.Nel nostro Paese, la multinazionale gestisce oltre 500 fast-food, che hanno garantito tra il 2009 e il 2013 quasi 4,7 miliardi di euro d’incassi. Di questi soldi, il 5% avrebbe preso un volo diretto in Lussemburgo, sotto forma di roylaties, stimate in 237 milioni di euro. “Se effettivamente le royalties pagate dalla filiale italiana di McDonald’s sono state indirizzate a McD Europe Franchising Sàrl, e se sarà provato che gli accordi tra le parti possono essere considerati abusivi, le tasse non pagate da McDonald’s nel Paese potrebbero essere pari a 74,7 milioni di euro nel periodo 2009-2013”. Secondo War on Want, pagare le tasse sulla somma “estratta” sotto forma di royalties dal reddito di McDonald’s Development Italy avrebbe raddoppiato il ‘conto’ negli anni 2011-2013. “Inoltre -spiega ancora il report- l’Italia può elevare sanzioni obbligando a riconoscere fino al 200 per cento del dovuto, e questo potrebbe portare ad incassare fino a 149,3 milioni di euro”.

Alla Commissione europea, principale soggetto cui è diretto “Unhappy meal”, War on Want e gli altri curatori del rapporto chiedono di verificare se le condizioni del regime fiscale garantito a McDonald’s non possa essere qualificato come una forma di “aiuto di Stato”, a discapito della concorrenza. La richiesta avanzata all’impresa è invece quella di rendere pubblica la propria strategia di “ottimizzazione fiscale”. Dovrebbe esistere -a livello nazionale- un registro delle strutture societarie suggerisce il report. “È cruciale, per favorire il lavoro dell’autorità fiscali nazionali”.
In attesa di un riscontro da parte dell’Agenzia delle entrate, il 27 febbraio il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, incontro l’ad di McDonald’s Italia, Roberto Masi, per parlare del progetto “Giovani agricoltori” della multinazionale (che ha il patrocinio del ministero). Il tutto alla presenza dall’amministratore delegato di Expo spa, Giuseppe Sala, ospiti della Fondazione Corriere della Sera.

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