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“Ombre sul commercio equo”? Agices risponde ad Africa

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“Ombre scure”, “seri dubbi”, “presunti risultati insoddisfacenti”. Gli esiti di una ricerca del Fair Trade Employment and Poverty Reduction (Ftepr, istituito dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale inglese) pubblicata a fine maggio scorso -e leggibile integralmente qui-, avrebbero messo in discussione i principi cardine del commercio equo e solidale. O meglio: lo avrebbero fatto in due Paesi, Etiopia e Uganda.

Il periodico “Africa ha riportato a settembre alcune sintetiche conclusioni del rapporto. Compensi bassi, condizioni di lavoro peggiori di quelle riscontrabili presso società non legate al fair-trade, ricorso al lavoro minorile. Il tutto con alcune immagini di prodotti del commercio equo -compreso un calendario- che con i Paesi “incriminati” nulla hanno a che spartire. Riso thay, tè nero, un cadeau natalizio.

Sta di fatto che il richiamo ha dato il la a un serrato dibattito sulle reali differenze tra la filiera dei prodotti delle botteghe del commercio equo e quella dei contenuti degli scaffali del supermercato. Determinando il solito cortocircuito logico caro alla grande distribuzione: l’eventuale eccezione dell’universo equo conferma la regola del carrello. “C’è ancora da fidarsi?”, la domanda laconica di “Africa”. “Siete davvero sicuri di aiutare i piccoli produttori del sud del mondo acquistando i prodotti equosolidali?”, ha proseguito il periodico.

“In Italia -ha scritto l’autore dell’articolo- la vicenda è passata sotto silenzio”.

Da allora però sono stati diversi i rilanci del titolo dell’approfondimento di Africa -“Ombre sul commercio equo”- ma pochi quelli attenti alle parole di chi, come Agices (253 botteghe, oltre mille lavoratori e 83 milioni di euro di fatturato), in quel mondo si ritrova immerso.

“È periodico questo attacco generalizzato al mondo al mondo del commercio equo e solidale -spiega il presidente di AGICES, Alessandro Franceschini– sulla base di esempi mal paragonati. Certamente tutto il processo è migliorabile, e la risposta sta ancora una volta nel non ridurre il commercio equo ad una mera relazione commerciale. Secondo il nostro modello e la nostra visione  si deve trattare piuttosto di una relazione tra organizzazioni, il cui lavoro è reciprocamente garantito”.

Riportiamo integralmente l’intervista contenuta nell’articolo di Africa a Vittorio Leproux, membro del direttivo di Agices, che contribuisce a diradare le “ombre scure”.

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“Ben vengano le critiche avanzate da osservatori indipendenti, possiamo senz’altro migliorare, purché non si generalizzi e non si banalizzi lo straordinario patrimonio di valori e di persone rappresentato dal commercio equosolidale». Vittorio Leproux, membro del consiglio direttivo di Agices (l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio equo e solidale nel nostro Paese), non si sottrae alle domande scomode.

Pare che abbiate fallito i vostri obiettivi di umanizzare il commercio.
Ho letto il rapporto, non ho motivi di pensare che sia stato condotto male. Tuttavia i ricercatori hanno preso in esame solo due nazioni, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Altri studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università di Roma Tor Vergata o dall’organizzazione Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del commercio equo, giungendo a conclusioni molto diverse. Ciononostante, il rapporto mette in luce alcune criticità che non voglio sottovalutare. Ci tengo poi a sottolineare come Agices in Italia rappresenti le organizzazioni di Commercio equo e solidale il cui rapporto diretto con i produttori costituisce un’ulteriore garanzia rispetto alle sole certificazioni di prodotto.

Alcuni produttori certificati Fairtrade guadagnano meno dei loro colleghi che commercializzano tramite i canali tradizionali: com’è possibile?
Non conosco direttamente le realtà oggetto dell’indagine, ma una delle cause potrebbe essere il fatto che commercio equo agisce spesso nelle regioni più povere e svantaggiate dei Paesi. È naturale che i produttori locali abbiano mezzi economici più modesti rispetto a realtà più solide e grandi dislocate in zone maggiormente sviluppate. Gli stessi autori della ricerca invitano a non sottovalutare questo aspetto.

Leggendo le conclusioni del Rapporto, si è orientati a pensare che il commercio equo non sia un mezzo efficace per combattere la povertà.
La questione salariale è importante, non lo nego, ma non è la sola da considerare. Gli importatori di commercio equo e solidale, gli acquirenti, si assumono impegni precisi nei confronti dei piccoli produttori del sud del mondo: il prefinanziamento, la continuità degli acquisti, prezzi e quantitativi minimi garantiti, contratti di lunga durata. Sono tutti valori aggiunti che permettono ai contadini, altrimenti soffocati dalle leggi del mercato, di accedere al credito, di ridurre i rischi e di poter pianificare il futuro. Sovente questi aspetti sono anche più importanti delle sole variabili di reddito.

Pare che i benefici del fair trade non siano condivisi equamente tra i produttori…
È un aspetto da approfondire. Non dobbiamo commettere l’errore di sostenere solo nostri partner diretti: ovvero, nei casi in questione i soci delle cooperative agricole. Dobbiamo anche occuparci dei braccianti stagionali, dei contadini che collaborano con le cooperative senza farne parte. Sono produttori ancora più deboli: vanno tutelati maggiormente.

I ricercatori hanno trovato dei ragazzini in età scolare al lavoro nelle piantagioni del fair trade: non lo trova sconcertante?
Ovviamente il lavoro infantile è assolutamente vietato, e se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che sia denunciato. Tuttavia in alcune realtà del sud del mondo è consuetudine che i figli adolescenti aiutino i genitori nel portare avanti alcune attività artigianali. Naturalmente ciò non deve in alcun modo compromettere gli studi scolastici.

Resta l’impressione che le certificazioni etiche non garantiscano affatto comportamenti esemplari da parte degli operatori del fair trade…
Tutto è migliorabile. Si stanno mettendo a punto nuovi sistemi di monitoraggio e di valutazione, più efficaci e stringenti. Dagli errori si può e si deve imparare. Non nego che ci possano essere delle falle nel sistema. Ad ogni modo, credo fortemente nell’ulteriore garanzia data dalle organizzazioni di Commercio equo e solidale, e dal loro essere in partnership diretta con i produttori (e non basarsi solo sulle certificazioni di prodotto). Mi sento quindi di rassicurare i consumatori, rinnovando l’invito a sostenere e a credere nei valori del commercio equo e solidale.

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