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Quanto è vivibile l’abbigliamento in Italia?

“Quanto è vivibile l’abbigliamento in Italia?”. La domanda è la risposta, sintetizzata nel titolo del nuovo report sull’industria tessile e calzaturiera italiana curato dalla Campagna Abiti Puliti, sezione italiana del coordinamento mondiale per la difesa dei diritti dei lavoratori nel settore abbigliamento, Clean Clothes Campaign. Al centro della ricerca (condotta tra l’aprile 2013 e l’agosto 2014), tre Regioni italiane sedi delle più importanti filiere tessili e calzaturiere del Paese e dell’Europa: Veneto, Toscana e Campania. Qui, sia durante ma soprattutto dopo il periodo di delocalizzazione produttiva, sono tornate a fare acquisizioni alcune delle multinazionali di primo piano del settore, come Luis Vuitton, Armani, Prada, Dior. “La filiera -si legge- è un insieme di gironi danteschi e più si scende, più magri sono i salari e peggiori le condizioni di lavoro, fino a potersi imbattere nel lavoro nero che ovviamente sfugge alle grandi griffe perché loro il rapporto lo tengono solo col primo anello della subfornitura”.

Le condizioni di lavoro e i livelli salariali censiti dai curatori del rapporto fotografano una sorta di “importazione” del modello che le imprese trovano altrove. Quell’altrove, ad esempio, chiamato Bangladesh, il Paese che rimane costantemente sullo sfondo di una lettura attenta del fenomeno.

“Dal 2005 al 2013 il Bangladesh ha visto crescere le esportazioni di vestiario due volte e mezzo passando da 8 a 21 miliardi di dollari -spiega il Rapporto-. Parallelamente anche gli addetti sono passati da 2 a 4 milioni”. Il punto è che “un’operaia alla macchina da cucire, con cinque anni di anzianità, guadagna un salario netto di 64 dollari al mese che può arrivare a 80 con gli straordinari”. Bassi salari e zero sicurezza: “Dal 2000 al 2013, si sono registrati 25 incidenti gravi nelle fabbriche di abbigliamento bangladesi che hanno comportato quando 10, quando 30, quando 60, quando 100 morti. Ma l’incidente più drammatico è avvenuto il 24 aprile 2013 a Dacca, quando crollò il Rana Plaza ben cinque laboratori di cucito per un totale di 4.000 dipendenti. Ne morirono 1.138 e ne rimasero feriti 2.500. Per la maggior parte ragazze fra i 17 e i 20 anni”.

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Quella del Paese asiatico non è una storia isolata. Dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro alla mano, risulta che su un totale di 3,1 miliardi di persone occupate (salariate e non), 839 milioni (il 26,7%) vivono con meno di 2 dollari al giorno e 375 milioni (11,9%) con meno di 1,25 dollari. Il dato peggiora considerando i soli lavoratori salariati di 32 paesi del Sud del mondo: su 209 milioni di salariati, 87 milioni, ossia il 41%, ricevono salari al di sotto della soglia di povertà (2 dollari al giorno). 23 milioni stanno al di sotto di 1,25 dollari che è considerata la soglia della miseria estrema.

E l’Italia come ha risposto alla crisi? “Tra il 2007 e il 2012 -si legge nel report- il numero di addetti dell’industria del tessile-abbigliamento italiana (escluso il calzaturiero) è passato da 513mila unità a 430mila con un calo del 16% e il numero di aziende da 58mila a 50mila circa con un calo del 13%, che si accompagna a una perdita di fatturato di quasi il 10%”.

Il settore tessile-abbigliamento e calzaturiero è concentrato in nove regioni: Veneto, Lombardia, EmiliaRomagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Campania e Puglia. E in tre di queste, come detto, si è rivolto lo sguardo della Campagna Abiti Puliti. In particolare alle zone della Riviera del Brenta per il Veneto, le filiere del tessileabbigliamento di Prato, della pelletteria di Firenze e delle calzature di Valdinievole in provincia di Pistoia per la Toscana, il sistema moda della provincia di Napoli per
la Campania.

La Riviera del Brenta è uno dei principali distretti calzaturieri italiani specializzato nella produzione di calzature femminili di media e alta qualità. Nell’area operano 550 aziende che occupano 10-11.000 addetti per circa i due terzi donne. Gli immigrati costituiscono circa il 20% della forza lavoro. Nel paragrafo dedicato alla “Principali condizioni riscontrate nelle tre aree indagate” si legge che “la manodopera nella Riviera del Brenta proviene dalle classi meno abbienti e con scarsi livelli di istruzione. Tra gli assunti nel periodo 2008-2013 un decimo era senza titolo di studio, la metà disponeva della licenza media, un quinto aveva conseguito un diploma di scuola superiore e solo il 5% la laurea”. Con un tasso di sindacalizzazione relativamente basso (10-15% degli occupati), il ricorso alla “flessibilità oraria” è una costante.

“In Toscana -continuano i curatori del Rapporto- sia nel settore pellettiero-calzaturiero che in quello dell’abbigliamento (abiti da sposa) e degli accessori (guanti, cappelli) sono ancora diffuse forme di lavoro a domicilio pagate a cottimo in base ai modelli e al numero di prodotti realizzati”. E Napoli, dove è concentrato il 60% delle 7.500 imprese del settore moda della Campania, sconta ancora il fenomeno della contraffazione, che si somma a quello più complessivo del lavoro nero e della produzione totalmente sommersa.

Girone dantesco, si è detto, che Abiti puliti propone di scardinare in dieci mosse:

1. modificare le attuali leggi sull’immigrazione che favoriscono l’afflusso di manodopera dove si produce per rompere il meccanismo che oggi lega la clandestinità al lavoro nero e quindi allo sfruttamento e alle condizioni inumane;
2. calcolare la soglia di salario minimo vivibile tenendo conto del livello di servizi gratuiti offerti dalla struttura pubblica e del carico fiscale. Non va dimenticato che i servizi pubblici sono un modo per garantire reddito indiretto a tutti, mentre la politica fiscale è un meccanismo fondamentale di lotta alle iniquità tramite la redistribuzione del reddito;
3. attivare dei meccanismi che modulino il salario vivibile in base alle situazioni reali delle famiglie. Oltre al carico familiare è necessario tenere conto del numero di adulti che lavorano;
4. mantenere un buon equilibrio fra intervento legislativo sui salari e contrattazione sindacale. Oltre ad una protezione minima per tutti è irrinunciabile l’intervento del sindacato per ciò che attiene alla contrattazione del salario indiretto e agli aspetti particolari legati ai singoli settori e alle singole aziende;
5. promuovere l’introduzione di un salario minimo a livello europeo per avviare il processo di superamento dei differenziali salariali che oggi danno una forte possibilità alle imprese di adottare la strategia del divide et impera;
6. costituire un gruppo di osservazione multistakeholder sul salario. Ormai si tratta di una proposta matura e necessaria su cui
lavorare, puntando ad alleanze trasversali;
7. lavorare insieme per una grande battaglia sulla trasparenza e tracciabilità sociale;
8. porre particolare attenzione alle regole internazionali e ai trattati di liberalizzazione commerciale che minano alla radice la possibilità di difendere leggi e sistemi di protezione sociale avanzati;
9. aggredire i processi di impoverimento e di precarizzazione che alimentano forme di consumo al ribasso a loro volta sostenitrici di forme di produzione che utilizzano lavoro altamente sfruttato. L’estensione del salario vivibile a tutti, come modalità per aumentare i redditi familiari, può essere una strada per spezzare questo circolo vizioso;
10. attivare meccanismi che stimolino le imprese committenti a definire prezzi di commessa che diano ai fornitori margini sufficienti a garantire il rispetto della legalità e il pagamento di salari vivibili. Attivare meccanismi di verifica sull’applicazione di questa prassi;

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