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Se ci fosse più Commercio Equo e Solidale

Riparte il racconto da Lampedusa, con gli occhi di Alessandra,socia di Zucchero Amaro, e che da anni lavora nel movimento del Commercio equo e solidale italiano di Equo Garantito.

“Ci vorrebbe più commercio equo” – è il messaggio che ci arriva da Lampedusa per l’Africa, per quei migranti che via mare arrivano proprio dal continente di fronte a noi, dai paesi con cui è difficile costruire relazioni commerciali giuste e più eque e in cui è necessario sovvertire le attuali regole del commercio internazionale per poter rimettere in discussione il modello economico.

Il Commercio Equo ha già molte esperienze positive in Africa tra cui- Meru herbs, Sidama Coffee, ma forse possiamo spingerci ancora più in là e non accontentarci, come dice Alessandra.

Buona lettura, alla prossima puntata, e buon lavoro a tutti i soci Equo Garantiti.

Se ci fosse più commercio equo e solidale.
di Alessandra Governa, da Lampedusa

L’ho pensato tante volte in questo mese a fare altro, che, alla fine, è un fare altro che non si discosta dalle “radici”.
In questo primo scorcio di 2017, al molo Favaloro di Lampedusa, una lingua di cemento sconnesso, ho assistito all’arrivo di oltre mille persone di cui 4 morte. Arrivo, non sbarco, perchè anche le parole sono importanti. Le persone che partono per lo più dalla Libia, vengono soccorse in mare da navi di organizzazioni di soccorso private o del dispositivo militare quando ormai i gommoni su cui sono stipate sono privi di carburante.

Vengono poi trasbordate sulle SAR, piccole imbarcazioni a prova di ribaltamento ed infine arrivano al molo. In questo ultimo trasbordo sono spesso sedute fuori, con il vento e gli schizzi delle onde a far da compagnia. Da lontano, queste imbarcazioni arancioni sembrano vuote. Da più vicino il colore non è più arancione, ma il dorato delle coperte termiche.
Arrivo, non sbarco. Sbarco sa di invasione, sa di qualcuno che viene con buone o cattive intenzioni, spesso non invitato. Sbarco sa di rumore, di organizzazione, di strategia. Qui il silenzio di chi arriva è assordante.
Poi le persone (più uomini che donne e bambini, quasi tutti subsahariani) vengono accompagnate verso il pullman che le porterà, a parte chi sta davvero male e ha bisogno di cure immediate, all’hotspot poco fuori il centro abitato.
Il tempo di un tè, di un welcome o di un good luck. E’ un sistema – quello della prima assistenza al molo – pensato per fare veloce. Una pratica che coinvolge tanti soggetti diversi: i carabinieri, la polizia, la guardia costiera, i medici, gli operatori dell’hotspot, gli infermieri, la guardia di finanza, i rappresentanti di EASO, Frontex, UNHCR. E alcuni cittadini.

Sul molo Favaloro è presente il Forum Lampedusa Solidale con thermos, acqua, succhi, qualche gioco per i più piccoli ed enormi sacchetti della spazzatura per raccogliere tutti i rifiuti. Gli arrivi producono tanta plastica.
Non c’è tempo per parlare, a meno che il pullman non tardi e sulla banchina si formi una fila di coperte dorate e piedi scalzi accovacciati contro un muro di cemento.
Scoprirò chi ho davanti solo dai dati ufficiali o nei giorni successivi, quando qualcuna delle persone arrivate si presenterà all’internet point di Mediterranean Hope, l’organizzazione con cui collaboro come volontaria.

Ci vorrebbe più commercio equo.
Eh già, perché chi incontro è del Gambia, della Mauritania, della Sierra Leone, della Nigeria, del Senegal, della Costa d’Avorio. Qualcuno, pochi, dalla Libia.
Tutti paesi in cui il commercio equo, o almeno quello organizzato e riconosciuto a livello internazionale, non c’è o è scarsamente rappresentato e sostenuto.
Provo quindi, a non fare a pugni nella memoria con le eterne discussioni in bottega – le “radici” da cui vengo – per ricordarmi molte parole e dubbi sul commerciare con l’Africa – “l’Africa non ha infrastrutture, di cesti in fibra di banano siamo pieni, commerciare con l’Africa è più costoso e richiede tanta pazienza”.
Dubbi e domande….tutte giuste, razionali, corrette per chi – come noi del Commercio Equo – deve coniugare come mission l’imprenditorialità, la giustizia e la solidarietà. Per chi ha deciso che il commercio e non la beneficenza, sia un modo originale ed efficace per sovvertire le regole socio economiche dominanti.
Per chi crede che l’economia abbia un altro sapore, diverso da quello dello sfruttamento delle risorse e delle persone, e che lo sviluppo economico equo e sostenibile serva per garantire benessere, opportunità crescita locale e raggiungimento dei diritti umani.

Tutti “dubbi” giusti, ma che vengono superati dalla concretezza delle esperienze che ho visto negli anni, negli incontri con gli uomini e le donne delle organizzazioni come Meru Herbs con le sue marmellate e il carcadè, come Sidama con il suo caffè bio monorigine e d’altura, come Smolart Kenya della produzione di pietra saponaria.
Li incontri e risuonano le parole che dico al nord, in bottega, – prezzo giusto, prefinanziamento, piccolo produttore – farsi carne. Vedo le parole relazione diretta e continuità farsi sorriso. Vedi la parola progetto per la comunità farsi essicatoio, dispensario medico, strada meno dissestata.

“E allora penso che i dubbi e i se”, rischiano di suonare come una “resa” per tutto ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio di fare e rifare, di inventare, di cambiare. Perché sebbene io creda che “il desiderio migrante” sia sacrosanto, anche quando apparentemente non ha motivo, sono anche convinta – guardando i visi delle persone che arrivano stravolte da giorni in mare, da mesi di Libia, dalla traversata del deserto e prima da chissà quali altre esperienze e vissuti – che chi parte avrebbe forse preferito avere una chance in più là dove è nato.
Sono spesso la mancanza di lavoro, le condizioni climatiche estreme, l’insicurezza sociale, i motivi per cui le persone sono costrette a migrare e pensando alle comunità che ho visitato, ai progetti che funzionano e che generano un reale cambio economico e sociale, so che il commercio equo è stato capace di contribuire al radicamento e crescita delle comunità generando un modello replicabile di relazione e di sostentamento.
Caffè, diamanti, fiori, cacao, petrolio e tutte le problematiche legate alla produzione e distribuzione di questi beni e al valore ad essi collegati, riguardano tutti i migranti che arrivano qui.

E allora io vorrei che quel nostro primo criterio alla base delle organizzazioni che fanno Commercio Equo – generare opportunità socio – economiche per produttori svantaggiati – ricominciasse a viaggiare, a moltiplicarsi, a radicarsi soprattutto là, dove la gente ha come unico orizzonte la migrazione forzata.
Non è possibile infatti pensare le due sorelle che sono riuscite a parlare al telefono con il papà dall’altro lato del mare, fossero felici di essere qui, sole. In un’isola di cui ignoravano l’esistenza e su cui transiteranno senza decidere né per quanto tempo né la meta successiva. Felici di essere vive. E io con loro, ma non di quello che le aspetta, che io intuisco ma di cui a loro finora non è dato di sapere. Pacchi neri, numeri.
So che è facile essere visionari in un momento fortemente emotivo com’è questa esperienza. So però che solo gli scossoni (ri)mettono in moto. Che se preservati, convogliati, coltivati giorno per giorno – come da anni siamo abituati a fare nelle nostre cooperative – gli scossoni diventano idee e le idee diventano pratica. E la pratica cambia il mondo.
Il nostro lavoro continua e quindi non accontentiamoci

Il viaggio a Lampedusa di Alessandra è raccontato QUI.

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