Natale equo, le idee, gli importatori

Da Bologna -in piazza Re Enzo- a Genova -piazza Matteotti-, da Milano -via Mario Pagano- fino a Rimini -via Garibaldi-. Basta poco per raggiungere il commercio equo e solidale italiano, direttamente in piazza, nei tendoni, anche a Natale. Lì potrete scoprire (e farvi venire) le migliori idee regalo.

Idee di sviluppo sostenibile ed economie solidali, prima ancora che prodotti o semplici beni di consumo oggetto della foga natalizia. Che potrete trovare all’ultimo istante anche sulla rete. Questo è il Natale degli undici soci importatori di AGICES (coloro cioè che hanno progetti in Paesi del Sud del mondo, da cui importano prodotti, ma non necessariamente punti vendita): Mondo Solidale, Pace e Sviluppo, RaggioVerde, Ram, Vagamondi, Ravinala, Libero Mondo, altraQualità, altromercato, Equomercato e Shadhilly.

Ne è l’esempio pratico il panettone ricoperto di cioccolato fondente e anacardi bio (marchio altromercato), tramite il quale potrete sostenere gruppi di produttori equo e solidali di cacao, anacardi, riso, miele e zucchero di canna, tra cui Conacado (Repubblica Dominicana), Elements (India), Green Net (Thailandia), Coopsol (Argentina), Copropap (Ecuador) e Manduvirà (Paraguay). Senza dimenticare che la confezione in carta seta viene realizzata a mano da gruppi di donne di Prokritee (Bangladesh).

O la selezione di tè aromatizzati in cofanetto da 40 bustine e coltivati con metodo di agricoltura biologica nelle piantagioni di Potong nel Nord-Est dell’India da PTWWC -Potong Tea Workers Welfare Committee-, realtà di piccoli coltivatori che si sono uniti in associazione e sono diventati proprietari della terra, e che lavorano seguendo principi di sostenibilità sociale e ambientale.

O i cioccolatini modicani alle spezie, realizzati secondo la tradizionale ricetta modicana antica cinque secoli, fedele ad una tradizione che lega Modica agli Aztechi, nel laboratorio artigianale della Cooperativa Sociale Quetzal di Modica (Ragusa).

O il pandorato ricoperto al cioccolato (Libero Mondo) con crema di limoncello, che quest’anno farà da spalla al suo omologo con crema cacao e nocciole, mentre il panettone BIO al cioccolato si presenta con una nuova ricetta. E ancora la “Via delle Spezie”, che propone una selezione di spezie equosolidali provenienti da agricoltura biologica (sempre Libero Mondo) e dai produttori di Bioquipa (Perù), Phalada (India), Suminter (India) e Vivang (Vietnam).

O ancora il cofanetto regalo realizzato in carta artigianale fatta a mano che contiene sei tipi di spezie (cannella in bastoncini, pepe bianco in grani, curry, chili in polvere, chiodi di garofano, noci moscate intere), confezionate singolarmente, che giocano con i colori e i profumi dei giardini di spezie dello Sri Lanka. Aggiungete all’elenco anche il caffè El Bosque d’altura e coltivato dalla cooperativa guatemalteca La Nueva Esperanza importato da Mondo Solidale, così come i manufatti 100% alpaca naturale dal Perù, i detergenti Talybe e gli incensi realizzati a mano dal gruppo di donne ISS FAIR TRADERS in India.

Prodotti alimentari, ma anche presepi, decorazioni, regali d’autore e biglietti d’auguri dal mondo. E i capi in lana solidali di Pace e Sviluppo, i sottopentola, gli zerbini, le lavagnette in corda di cocco di Vagamondi. E poi i batik, le latte, la rafia e la paglia, l’alluminio e il legno che potrete trovare grazie a Ravinala.

E, ovviamente, i prodotti a marchio Solidale Italiano, e cioè olio, pasta di semola, olive, passata di pomodoro e tanto altro, prodotti e fatti in Italia, buoni fino in fondo, rispettosi della terra, del lavoro e delle persone.

O il miele natalizio, la birra e il cioccolato di Equomercato.

Per informazioni sui prodotti, le offerte e le filiere andate sui siti dei soci importatori di AGICES.

2015, è ora di cambiare Agenda (in vendita al 50%)

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Il 2014 è quasi alle spalle ed è giunto il momento di cambiare Agenda. Agenda economica, politica, sociale, e anche cartacea, perché no. Un’agenda che veda al centro gli stili di vita sostenibili, i diritti e l’economia solidale. Con il commercio equo a far da cornice e contenuto, dando linfa originale a date, note e promemoria di “a”, l’AltrAgenda 2015 a cura di AGICES e Altreconomia.

“a” sta infatti per AGICES, l’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale, a come Altreconomia, la rivista da quasi quindici anni punto di riferimento dell’economia solidale dalla cui redazione provengono i contenuti di questa agenda. Per questo la copertina riporta il monogramma a, che significa Agices, agenda, ma anche Altreconomia: attenzione all’ambiente e agli altri.
“a” è un’agenda tascabile settimanale, con una veste grafica elegante e professionale che può essere utilizzata in ogni situazione, di lavoro o personale. La copertina è in materiale riciclato, monocromatica, con un elegante progetto grafico, di cui sono protagonisti il monogramma a e un’illustrazione a tema.

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128 pagine, formato: 11x 16 cm.

DISPONIBILE NELLE BOTTEGHE DEL COMMERCIO EQUO e sul sito di Altreconomia

Il papa dalla parte del commercio equo e solidale

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“Le imprese hanno il dovere di garantire ai loro impiegati condizioni di lavoro dignitose e stipendi adeguati, ma anche di vigilare affinché forme di asservimento o traffico di persone umane non abbiano luogo nelle catene di distribuzione. Alla responsabilità sociale dell’impresa si accompagna poi la responsabilità sociale del consumatore. Infatti, ciascuna persona dovrebbe avere la consapevolezza che ‘acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico’”.

A parlare non è un piccolo produttore del Sud del mondo o un importatore di beni provenienti da filiere eque e solidali. No, a pronunciare queste parole è stato papa Francesco nel suo rituale messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2015, intitolato “Non più schiavi, ma fratelli”. Parole che il presidente dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (AGICES), Alessandro Franceschini (della cooperativa Pace e Sviluppo di Treviso), definisce “rivoluzionarie”: “Il messaggio del pontefice è un riconoscimento straordinario delle pratiche di chi, come AGICES, crede fortemente in un commercio giusto, solidale, equo e responsabile -afferma Franceschini-. L’appello rivolto alla coscienza critica del consumatore è poi un passaggio fortis simo, specie perché rivolto sotto le festività natalizie, dove la regola vigente è che il consumo premi le convenienze a scapito delle convinzioni, che sono etiche e sociali”.

Bergoglio ha inoltre rivolto infatti un accorato appello affinché vengano eliminate le diseguaglianze cui sono ostaggio quei “tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli standard minimi internazionali, quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore”.

“L’idea di commercio equo di AGICES -che conta 85 soci, tra importatori e cooperative che gestiscono le botteghe del mondo. È l’associazione che maggiormente rappresenta il commercio equo italiano, poiché in essa vi si riconoscono 253 punti vendita, quasi 30mila persone (di cui circa 5mila volontari) e oltre 83 milioni di euro di fatturato aggregato- è opposta a quella stigmatizzata da Francesco -prosegue Franceschini-, e si ritrova esattamente nei principi enunciati nel messaggio”.

“Chiediamoci come noi, in quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone -ha concluso il papa-. Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani -questi gesti hanno tanto valore!-”, sono state lucide conclusioni di Bergoglio.

Un “valore” che AGICES raccoglie e rilancia, rivolgendo a papa Francesco un invito simbolico all’evento internazionale che si terrà a Milano proprio su questi temi nel maggio 2015: la ‘World Fair Trade Week’ (www.worldfairtradeweek.org). Il capoluogo lombardo ha raccolto infatti il testimone da Rio e ospiterà l’assemblea della World Fair Trade Organisation, una serie eventi di fair trade e in particolare una fiera internazionale del commercio equo e solidale (si chiamerà Milano Fair City), dove protagonisti saranno i produttori giunti da tutti il mondo.

Accordo TTIP: USA e UE, partner che litigano

di Antonio Tricarico, Re:Common

L’accordo transatlantico sul commercio e gli investimenti, meglio noto con il suo acronimo inglese TTIP, genera preoccupazioni e conflitti. A esprimere dubbi non sono solo i cittadini europei, per i possibili impatti sulla legislazione ambientale, sociale e del lavoro, che rischiano di essere sacrificate per favorire i diritti degli investitori e delle multinazionali. Oramai, è scontro anche tra i governi europei e tra questi e la Commissione, con tensioni mai viste in materia commerciale da decenni. La Presidenza italiana di turno dell’Ue (che si chiude il 31 dicembre) ha scientificamente buttato benzina sul fuoco politico europeo, pensando di trarne vantaggio nell’accordo finale sui pochi dossier a cui è davvero interessato -quali la protezione delle denominazioni di origine dei prodotti di gusto del made in Italy e alcune aperture degli appalti pubblici Usa per le imprese del Belpaese-. Eppure la realtà dei fatti indica che questa aggressiva politica negoziale all’italiana, da veri “rottamatori” delle formalità europee, potrebbero ritorcersi contro il nostro Paese già durante il mese di dicembre.
Del resto, sin dalla visita del Presidente Usa Barack Obama in Italia, nel marzo scorso, il primo ministro Matteo Renzi aveva con nettezza affermato che la chiusura del negoziato del TTIP era tra le priorità del semestre a guida italiana.

E l’Italia, conscia di aver poco capacità di influenzare Bruxelles sulle sue priorità commerciali, come l’agricoltura, ha pensato di sfruttare a suo vantaggio la vacatio istituzionale collegata alle elezioni europee e alla nomina, come sempre sofferta, della nuova Commissione europea. Palazzo Chigi ha stravolto l’assetto negoziale nella stessa Ue, provando ad accelerare i tempi di un accordo, che le prime battute negoziali avevano rivelato come difficile e lungo. Eppure, nonostante la battente campagna mediatica del governo italiano, già nella primavera scorsa l’esecutivo era ben conscio che un risultato politico a breve sull’ambizioso mandato negoziale dato alla Commissione UE non si sarebbe raggiunto.
E che a poco servivano, quindi, gli spot Rai pagati con i soldi della Presidenza UE o i mille convegni di think tank per dimostrare che “il TTIP non fa male”, ma tirerà l’Italia fuori dalla crisi in nome di una “internazionalizzazione del sistema Italia”. Così, anche di fronte alle debolezze politiche interne del Presidente Obama, inclusa la mancata autorizzazione a negoziare il TTIP con pieni poteri (la cosiddetta fast track) da parte del Congresso Usa, il governo italiano dietro le quinte ha puntato su un “TTIP light”, molto meno ambizioso, che decurtasse alcuni dossier negoziali spinosi, e che consentisse -anche con il consenso dell’opinione pubblica e settori scettici delle élite economiche italiane- di raggiungere in tempi brevi un accordo politico ad interim. Per arrivare a stringere mani e darsi pacche sulle spalle con gli altri governi, con l’annuncio della “missione compiuta”. Conseguentemente, i negoziatori italiani si sono mossi come mai in maniera autonoma, cercando di stabilire propri contatti a Washington, e alla fine hanno proposto al comitato per le politiche commerciali del Consiglio europeo una dichiarazione politica che di fatto ammorbidisse il mandato della Commissione, aprendo appunto all’idea di un “TTIP light”, ristretto a pochi settori e meno ambizioso. Non è un caso se il baldanzoso vice-ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda si è battuto con successo per desecretare ad ottobre il mandato originale del TTIP, anche se il testo -in realtà- era stato divulgato da più di un anno su vari siti web dalla società civile su imboccata di qualche fonte interna.
L’attivismo tricolore ha creato prima imbarazzo e poi rabbia alla Commissione europea, mai sfidata così apertamente nel suo ruolo guida del commercio internazionale per l’intera Unione. Arrivato, a novembre, il lussemburghese Jean-Claude Juncker alla guida dell’esecutivo di Bruxelles, la situazione è cambiata. Nonostante la nuova Commissione avesse essa stessa mandato segnali di ammorbidimento su alcuni dossier -a partire dal meccanismo di risoluzione tra multinazionali e Stati sulle dispute sugli investimenti esteri-, il Consiglio europeo ha sconfessato la strategia della Presidenza italiana. D’altronde Roma, con il suo testo autonomo, aveva messo in difficoltà Bruxelles, per altro senza prefigurare quali sarebbero stati i cambiamenti, seppur su un numero ridotto di dossier, che avrebbero potuto convincere Washington della bontà dell’accordo al ribasso, da raggiungere pur di salvare la faccia.

Il testo presentato dall’Italia è stato pesantemente emendato da molti Paesi membri, e uscirà molto probabilmente nelle prossime settimane come l’ennesima ideologica chiamata ad ottenere il TTIP più ambizioso possibile per l’Europa. Una sconfitta politica senza precedenti per il governo Renzi e i suoi negoziatori, visti come dilettanti da più parti, costretti ora a chiudere all’angolo il semestre di presidenza Ue.
Dall’altra parte dell’Atlantico la situazione politica è diventata parimenti confusa. Nei primi round negoziali -con quello di ottobre 2014 siamo arrivati al settimo- è stato un gioco da ragazzi per i rappresentanti degli Usa snobbare le richieste degli omologhi europei, rispondendo con offerte molto meno ambiziose, soprattutto in materia tariffaria e di accesso al mercato.
Su altri dossier, quali le barriere non tariffarie e le regole, invece l’amministrazione a stelle e strisce non tollera sconti -si pensi ai servizi pubblici, o ai settori della chimica, dell’energia e dell’agricoltura-, e di fatto è pronta a negoziare il TTIP solo se sarà una versione strong, dura.
La sonora bocciatura di Obama -che ha perso anche il controllo del Senato alle elezioni di medio termine di inizio novembre- ha complicato ulteriormente il quadro. Gli analisti si interpellano sul perché un Congresso repubblicano, che è già in campagna elettorale per le elezioni presidenziali 2016, dovrebbe dare al democratico Obama il piacere di chiudere un TTIP che non necessariamente beneficerà tutti i settori dell’economia Usa. Va ricordato, infatti, che è stata l’Unione europea, questa volta, a chiedere aiuto agli Stati Uniti nelle crisi, invitando a negoziare un accordo di cui si parlava da venti anni senza alcuna decisione.
Se gli Usa accettano una Transatlantic Trade and Investment Partnership è perché vogliono che serva ai loro scopi, senza alcuna solidarietà per la vecchia Europa. L’obiettivo è uno: fissare nuovi standard globali, anche nelle legislazioni ambientali, sociali e del lavoro (e non necessariamente al rialzo rispetto a quanto vige oggi nei Paesi Ue) da imporre poi ai Paesi emergenti, facendo leva sulla forza del mega-mercato transatlantico. Con questi chiari di luna, l’ottavo round negoziale previsto a dicembre è stato annullato, e la prossima puntata sul TTIP rimandata al 2015. L’unica certezza è che l’obiettivo della Presidenza italiana dell’Ue non è stato centrato. Missione fallita.

Un trattato di storia
I negoziati tra Commissione europea e Stati Uniti d’America per un Transatlantic Trade and Investment Partnership sono stati avviati nel luglio del 2013. Dovrebbero durare un paio d’anni, con l’obiettivo di rimuovere barriere commerciali (tariffe, regolazioni non necessarie, restrizioni agli investimenti) e di “armonizzare” i regolamenti “in un ampio spettro di settori economici”.
Secondo il “mandato negoziale”, disponibile sul sito della Commissione europea, http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/, le tre componenti fondamentali dell’accordo riguardano l’accesso ai mercati (1), le barriere non tariffarie per l’accesso ai mercati (2) e i regolamenti relativi alla produzione di beni e servizi (3), ad esempio le misura tecniche o quelle fito-sanitarie.
Oltre a interventi relativi al commercio dei beni (come l’eliminazione di ogni imposta per l’importazione e l’eliminazione di eventuali misure di dumping), i negoziatori interverranno anche sul mercato dei servizi, di cui fanno parte anche quelli pubblici locali, con l’obiettivo di assicurare “the highest level of liberalisation captured in existing FTAs”, il più alto livello di liberalizzazione previsto dagli esistenti accordi di libero commercio, in linea con il vecchio negoziato GATS (General Agreement on Trade in Services), discusso in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

Durante il mese di dicembre, la Commissione europea dovrebbe rendere pubblici i risultati di una consultazione pubblica promossa tra i 28 Paesi membri nell’ambito del negoziato per l’accordo di partenariato transatlantico su commercio e investimenti, che riguarda l’Unione europea e gli Usa. I cittadini potevano esprimere il proprio parere su meccanismi di “protezione degli investimenti” e sull’istituzione di sistemi per la risoluzione delle controversie tra imprese (o meglio, investitori) e Stati, una sorta di “tribunale speciale” previsto dal TTIP (sta per Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership), secondo il mandato negoziale.
Tra i temi del sondaggio (12 in tutto) anche l’esigenza di garantire “non-discriminatory treatment for investors”, un trattamento non discriminatorio per le imprese che hanno sede negli Stati Uniti d’America. Le risposte sono state oltre 149mila, e di queste 180 provengono da organizzazioni non governative e 66 da associazione datoriali delle imprese europee.

Lo zucchero amaro delle Filippine

Rischiano di restare irrisolti i casi di omicidio di 2 operatori del Fair Trade -Romeo Capalla e Dionisio Garete-, avvenuti nella provincia di Iloilo nel corso del 2014: le istituzioni locali non cercano giustizia, secondo quanto ha potuto appurare una missione internazionale d’inchiesta e solidarietà. L’ha coordinata Rudi Dalvai, presidente dell’Organizzazione mondiale del commercio equo.

Romeo Capalla è stato ucciso a metà marzo nella piazza principale di Oton, una cittadina della provincia di Iloilo, nelle Filippine. Romeo, 65 anni, era il presidente del Panay Fair Trade Center (PFTC), un’organizzazione attiva nella commercializzazione di zucchero di canna biologico nell’ambito del commercio equo e solidale, e -secondo il racconto di chi c’era- il suo omicidio sarebbe stato una vera e propria esecuzione. Questo è quanto abbiamo potuto ricostruire visitando Oton a metà agosto, con una missione internazionale d’inchiesta e solidarietà che ha portato nel Paese asiatico membri di organizzazioni del commercio equo e per la difesa dei diritti umani. Due mesi dopo la morte di Capalla, a Janiuay, sempre nella provincia di Iloilo, è stato assassinato anche Dionisio Garete, un contadino associato a KAMADA, una delle cooperative che commercializzano lo zucchero di canna integrale prodotto tramite PFTC, ed era necessario portare un segnale concreto, far capir all’organizzazione filippina che non è sola, con la speranza che questo possa contribuire a proteggere chi è ancora in vita. Anche per questo, oltre alle interviste ufficiali -con il governatore e i sindaci delle due cittadine, formalmente responsabili di coordinare la task force di forze di polizia che dovrebbe indagare sul caso- abbiamo incontrato i familiari delle due vittime, la sorella e la suocera di Romeo Capalla e le sette figlie di Dionisio Garete. Purtroppo, da quando nel 2010 Benigno Aquino è diventato presidente delle Filippine le esecuzioni extragiudiziali nel Paese sono diventate comuni, tanto che presso il Dipartimento di giustizia esiste un comitato dedicato ad investigare “extra-legal killings, enforced disappearances, torture and other grave violationes of the right to life, liberty and security of persons”.

Padre Shay Cullen, fondatore di PREDA, un’altra storica organizzazione del Fair Trade nelle Filippine, ricorda che “Romy (così era chiamato Romeo dagli amici, ndr) è stata la settima vittima di un’esecuzione in perfetto stile militare avvenuta quest’anno”, ma che “ci sono altre 169 vittime documentate, uccise in modo analogo negli ultimi anni”, e che queste persone sono “pastori della chiesa, preti, contadini, lavoratori impegnati nella difesa dei diritti sociali, persone indigene che protestavano contro l’espropriazione dei terreni (land grabbing) che abitavano da secoli”. “Nessun ‘ribelle’ ucciso sul campo di battaglia -ricorda Padre Shay-: la maggioranza è stata colpita in modo vile e codardo, da assassini che sono poi scappate in moto, come nel caso di Romeo Capalla”.
Un omicidio che rischia di restare irrisolto: le indagini sull’assassinio di Capalla sono state chiuse pochi giorni dopo la conclusione della nostra missione. La polizia, però, non ha fatto una vera inchiesta, anche perché la dinamica dei fatti rende impossibile che nessuno abbia visto: chi ha pianificato l’omicidio di Romeo conosceva alla perfezione le sue abitudini, e sapeva che ogni sera, a meno che non si trovasse all’estero, alle 17.30 andava a prendere la suocera, una signora di 92 anni che gestisce un emporio al mercato centrale di Oton, per accompagnarla a casa.
Eppure, nessuno avrebbe visto niente: “Nessuno è venuto a denunciare” ci ha spiegato il sindaco, nell’incontro che abbiamo avuto come delegazione, aggiungendo che “i contadini non vengono a dirci niente”. Stando alle ricostruzioni della polizia locale, però, il commando che lo ha assassinato sarebbe stato formato da cinque persone. E una lettera redatta il 20 maggio scorso dal Dipartimento di Giustizia di Manila spiega che il responsabile dell’ufficio di Polizia municipale di Oton avrebbe indicato già il 28 marzo, a meno di due settimane dai fatti, il nome di uno degli appartenenti. Per questo abbiamo voluto ricordare ai rappresentanti istituzionali che abbiamo incontrato che avrebbero dovuto avviare delle indagini, perché l’opinione pubblica internazionale è attenta al loro comportamento. La chiusura del caso, però, non deve stupirci: l’obiettivo principale della missione che ho coordinato, in qualità di presidente dell’Organizzazione mondiale del commercio equo (WFTO, www.wfto.com), cui PFTC è associata, era quello di incontrare le autorità locali per chiedere loro che venisse fatta giustizia. Intervistando le autorità, però, ci siamo trovati di fronte un “muro di gomma”.

Romeo e Dionisio sono stati uccisi perché doveva essere colpita l’attività del Panay Fair Trade Center, una rete forte di 5 cooperative, le cui attività beneficiano tra le otto e le 10mila famiglie sulle isole Panay. La colpa del PFTC è aver tolto molti piccoli contadini dalla dipendenza dei latifondisti, cancellando una morsa figlia della storia del Paese -al momento dell’indipendenza dalla Spagna, alla fine dell’Ottocento, le terre vennero ripartite tra poche famiglie- e delle fine di un modello di agricoltura “di comunità”. Negli anni Settanta del secolo scorso, quando vennero costruiti “mulini industriali”, in grado di processare la canna da zucchero, i produttori si sono trasformati in semplici conferitori di materia prima, pagati sempre di meno. Ecco perché, per molti, oggi PFTC rappresenta una minaccia: lo zucchero di canna bio “Mascobado”, quello distribuito in Italia da Altromercato, che dal 1991 è partner dell’organizzazione (vedi box a sinistra) e oggi importa 800mila euro di zucchero da Panay, è il simbolo di un’indipendenza che dev’essere cancellata. Non a caso, subito dopo l’omicidio di Romeo Capalla qualcuno ha tentato di incendiare il centro di trasformazione della canna da zucchero di KAMADA, la cooperativa cui era associato Dionisio Garete, l’altra vittima: il fuoco è stato appiccato a uno dei camion al servizio del piccolo stabilimento, che poi è stato lanciato all’interno del capannone; per fortuna la struttura -che abbiamo potuto visitare- è in cemento armato e acciaio, e ha subito danni lievi, tanto che due settimane dopo ha potuto riprendere la produzione.

Questo volontà di “riprendersi il mercato” l’ho compresa appieno quando abbiamo incontrato il sindaco di Janiuay, che secondo alcuni sarebbe vicino al gruppo paramilitare cui apparterrebbe il presunto omicida di Romeo, ovvero il Revolutionary Proletarian Army-Alex Boncayao Brigade (RPA-ABB). Di fronte alle mie rimostranze su un possibile danno commerciale per Ctm e per l’economia locale, qualora PFTC si fosse trovata nella condizione di sospendere l’esportazione di zucchero di canna, il sindaco ha risposto che se avessimo avuto difficoltà a procurarci del mascobado, lui sapeva consigliarci un altro fornitore.
Le istituzioni non accettano che quest’organizzazione nata nel 1991, che è figlia di GABRIELA, cioè della General Assembly Binding Women for Reforms, Integrity, Equality, Leadership, and Action, una organizzazione filippina per la promozione dei diritti delle donne, oggi sia il primo esportatore di zucchero mascobado dell’isola di Panay. Non è “accettabile”, cioè, che i contadini conferiscano la propria canna ai mulini cooperativi, che restituiscono a ognuno dei soci l’80% del prodotto finito, perché lo venda direttamente nel circuito del Fair Trade. Il resto viene commercializzato, sempre attraverso la rete del commercio equo e solidale, direttamente dalla cooperativa, garantendo così le entrate che servono a sostenere i costi di gestione del mulino stesso. Ma non solo: le cooperative investono. KAMADA, ad esempio, sta costruendo un secondo mulino, con l’obiettivo di arrivare a raddoppiare la produzione, da 150 fino a 300 tonnellate annue.
In tutto, sono 5 i mulini di proprietà della cooperative associate al PFTC, e un sesto è -appunto- in costruzione.
Durante le interviste ufficiali ci è stato fatto capire che la scelta di non procedere alle indagini è stata presa “più in alto”, a un livello che non è quello municipale. Nemmeno la lettera inviata dal ministero degli Esteri tedesco, che ha mostrato preoccupazione per la vicenda, è servita a niente. In Italia, Ctm altromercato ha scritto al ministro degli Esteri, Federica Mogherini (oggi nominata High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy) senza ottenere per il momento alcuna risposta.

Per noi, però, è impossibile ignorare la voglia di giustizia che c’è nelle Filippine: alla conferenza stampa conclusiva della missione hanno partecipato circa 500 persone, rappresentanti di organizzazioni dei diritti umani di tutto il Paese e non solo dell’isola di Panay. Sono cittadini abituati a lottare: molti, anche tra gli esponenti delle realtà partner del Fair Trade, sono stati in carcere durante la dittatura di Marcos, presidente dal 1965 al 1986, e hanno visto molti amici sparire, morire.
Ogni mese, il Panay Fair Trade Center continua a tornare con una manifestazione nel luogo in cui Romeo Capalla è stato ucciso, chiedendo giustizia per lui e per Dionisio Garete. Questo comportamento fa senz’altro arrabbiare le istituzioni, e sono convinto che alla fine cambierà qualcosa, anche se non è chiaro quanto sia alto il prezzo da pagare. È come nell’Italia di cento o 150 anni fa, quando i contadini lottavano per l’indipendenza e i diritti sociali, e morivano. Di solito, si attaccano i leader, come Romeo, o come Dionisio, che oggi era un capo villaggio e 30 anni fa -durante la dittatura- faceva parte dei gruppi rivoluzionari, e viveva in clandestinità. Chiedeva, allora come oggi, la riforma agraria, che non è ancora arrivata. La maggior parte dei contadini continuano ad essere mezzadri, a pagare un affitto per le terre dove coltivano la canna da zucchero. L’esempio del commercio equo e solidale indica che è possibile cambiare le regole del gioco. Un affronto che il potere non accetta.

Partner CTM dal ’91
La relazione tra PFTC e l’Italia inizia nel 1991, quando Ctm altromercato -attraverso la Provincia autonoma di Bolzano- finanzia la realizzazione di un laboratorio di produzione di “banana chips”, che verrà completato -dopo il 1994- grazie anche a un prestito concesso da Ctm-Mag (oggi Ethimos), il primo a un’organizzazione residente all’estero. La mancanza di mercato per le fette di banane fritte fece svanire il sogno di creare lavoro per gruppi di donne a Iloilo. Durante una missione sull’isola avvenne pero l’incontro con la cooperativa PITAFA (Pisan Tamuang Farmers Association), che era in cerca di mercato per le 9 tonnellate di “mascobado” prodotto nel mulino costruito con i fondi della cooperazione. Altromercato era in cerca di un fornitore di questo tipo di zucchero di canna integrale, e le donne di Iloilo iniziarono a confezionare il mascobado per Ctm. Dal 1994 ad oggi la produzione è decuplicata, passando da 75 a 750 tonnellate. Tre dei 5 mulini cooperativi che funzionano sull’isola sono stati costruiti con fondi di cooperazione della Provincia di Bolzano, che ha finanziato anche il progetto di conversione al biologico dello zucchero integrale “Mascobado”, distribuito da Ctm (www.altromercato.it).

Obiettivi solidali
Erano quattro gli obiettivi della missione di solidarietà internazionale che tra il 13 e il 15 agosto si è recata nelle Filippine:
1) chiedere alle autorità locali che venga fatta giustizia;
2) “Fact finding”, attraverso una visita dei luoghi dei delitti e l’incontro con persone nei dintorni, per capire come sono avvenute le esecuzioni e a che punto sono le indagini (la missione ha riscontrato che queste non sono state nemmeno avviate);
3) far percepire la presenza internazionale ai contadini, intimiditi dall’uccisione di Dionisio Garete, avvenuta nel suo campo;
4) far capire alle istituzioni l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, per evitare altri attacchi omicidi e proteggere chi è ancora in vita.

La foto è di Beatrice De Blasi, responsabile per l’educazione e la comunicazione della cooperativa Mandacarù di Trento. Il suo reportage completo dalle Filippine, dove ha accompagnato la missione di solidarietà internazionale, è visibile a questo link.