McDonald’s, Unhappy meal

A McDonald’s la crisi economica fa bene, specie in Europa dove le vendite di hamburger, patatine e bibite gassate sono aumentate del 20 per cento dopo il 2008, e il fatturato aziendale ha toccato i 20,3 miliardi di euro (nel 2013). Però, spiega un rapporto diffuso ieri da War on Want, una Ong inglese nata negli anni Cinquanta per “combattere la povertà globale”, non sarebbe cresciuto allo stesso modo l’apporto “fiscale” di McDonald’s alla spesa pubblica europea. Anzi, secondo l’analisi, realizzata in collaborazione con EPSU, EFFAT e SEIU, una coalizione di sindacati europei e nordamericani,una complessa nuova architettura societaria avrebbe permesso alla multinazionale di eludere oltre un miliardo di euro di tasse tra il 2009 e il 2013.

Lo strumento utilizzato da McDonald’s -spiega il report “Unhappy meal”– sarebbe una società di diritto lussemburghese, cui l’azienda ha trasferito alla fine del 2008 i diritti di proprietà intellettuale e di franchising in Europa. La società si chiama McD Europe Franchising Sàrl, impiega 13 persone, e in cinque anni (dal 2009 al 2013) avrebbe registrato un fatturato complessivo di 3,7 miliardi di euro, ma avrebbe pagato appena 16 milioni di tasse.
Ma le “tasse stimate qualora queste royalties fossero trattenute nei Paesi europei, e considerati profitti” sarebbero pari ad almeno 1,06 miliardi di euro.

“Nel 2013, il ‘cuneo fiscale’ per McD Europe Franchising Sàrl’s sarebbe sceso all’1,4%, e appare significativamente più basso rispetto a quello applicato secondo lo standard del Lussemburgo, pur considerando il generoso regime fiscale standard del Paese, che tassa le royalties e il reddito da proprietà intellettuale al 5,8%. Ciò pare suggerire la presenza di un accordo fiscale ‘preferenziale’ tra l’impresa e il Lussemburgo, simili a quelli rivelati dall’inchiesta dell’ICIJ alla fine del 2014” spiega il report.

La Commissione europea riconoscere regimi fiscali speciali per i diritti di proprietà intellettuale, ma a patto che questi ricavi vengano investiti in attività di ricerca e sviluppo, cosa che McD Europe Franchising Sàrl non farebbe.

Una parte del report è dedicata ai principali mercati europei di McDonald’s, e tra questi c’è anche quello italiano.Nel nostro Paese, la multinazionale gestisce oltre 500 fast-food, che hanno garantito tra il 2009 e il 2013 quasi 4,7 miliardi di euro d’incassi. Di questi soldi, il 5% avrebbe preso un volo diretto in Lussemburgo, sotto forma di roylaties, stimate in 237 milioni di euro. “Se effettivamente le royalties pagate dalla filiale italiana di McDonald’s sono state indirizzate a McD Europe Franchising Sàrl, e se sarà provato che gli accordi tra le parti possono essere considerati abusivi, le tasse non pagate da McDonald’s nel Paese potrebbero essere pari a 74,7 milioni di euro nel periodo 2009-2013”. Secondo War on Want, pagare le tasse sulla somma “estratta” sotto forma di royalties dal reddito di McDonald’s Development Italy avrebbe raddoppiato il ‘conto’ negli anni 2011-2013. “Inoltre -spiega ancora il report- l’Italia può elevare sanzioni obbligando a riconoscere fino al 200 per cento del dovuto, e questo potrebbe portare ad incassare fino a 149,3 milioni di euro”.

Alla Commissione europea, principale soggetto cui è diretto “Unhappy meal”, War on Want e gli altri curatori del rapporto chiedono di verificare se le condizioni del regime fiscale garantito a McDonald’s non possa essere qualificato come una forma di “aiuto di Stato”, a discapito della concorrenza. La richiesta avanzata all’impresa è invece quella di rendere pubblica la propria strategia di “ottimizzazione fiscale”. Dovrebbe esistere -a livello nazionale- un registro delle strutture societarie suggerisce il report. “È cruciale, per favorire il lavoro dell’autorità fiscali nazionali”.
In attesa di un riscontro da parte dell’Agenzia delle entrate, il 27 febbraio il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, incontro l’ad di McDonald’s Italia, Roberto Masi, per parlare del progetto “Giovani agricoltori” della multinazionale (che ha il patrocinio del ministero). Il tutto alla presenza dall’amministratore delegato di Expo spa, Giuseppe Sala, ospiti della Fondazione Corriere della Sera.

Rana Plaza, i rinvii di Benetton

Sabato 28 febbraio alle ore 15 in piazza Duomo a Milano, durante la Milano Fashion Week, gli attivisti della Campagna Abiti Puliti entreranno in azione per chiedere a Benetton di non rinviare più i risarcimenti dovuti alle vittime del Rana Plaza, in Bangladesh, e di versare almeno 5 milioni di dollari nel Rana Plaza Donors Trust Fund.

Pochi giorni fa l’azienda ha annunciato di volersi impegnare ad effettuare un versamento nel Fondo, ma, secondo quanto emerso, non sarebbe ancora in grado di rendere nota la cifra, il cui ammontare verrà stabilito da una terza parte “indipendente” e reso pubblico non prima del secondo anniversario della tragedia (1.134 vittime, 24 aprile 2013).

La Clean Clothes Campaign (CCC) ha fatto sapere di aver accolto “con prudenza” il cambiamento di idea di Benetton e mostrandosi al contempo “preoccupata per questo ritardo nel pagamento che potrebbe pregiudicare la possibilità per le vittime di essere risarcite prima di quell’anniversario”.

Fin dall’istituzione del Fondo nel gennaio 2014, la CCC ha sostenuto che tutti i marchi presenti in Bangladesh avrebbero dovuto contribuire in base alle proprie capacità economiche e all’entità delle proprie relazioni commerciali con il Bangladesh e il Rana Plaza. In base a questo, è stato chiesto a Benetton di versare nel fondo almeno 5 milioni di dollari.

“Non c’è alcun motivo per ritardare il processo ulteriormente” ha dichiarato Ilona Kelly della Clean Clothes Campaign. “Il Fondo è stato aperto per un anno e Benetton è ben consapevole che ci si aspetta un versamento di almeno 5 milioni di dollari. L’azienda ha avuto tutto il tempo necessario per valutare la sua donazione. È ora che paghi quanto dovuto.”

Gli attivisti hanno evidenziato anche l'”abitudine” di Benetton a non mantenere i propri impegni. “L’ha fatto ad esempio quando ha deciso di partecipare al processo di costruzione dell’Arrangement, l’accordo che regola il Fondo negoziato di risarcimento delle vittime del Rana Plaza, salvo tirarsi indietro al momento della firma”, sostiene la CCC.

“Non c’è nulla di indipendente in una terza parte incaricata e pagata da Benetton stessa. I fatti sono chiari: mancano 9 milioni di dollari al totale previsto del Fondo. Cinque di questi devono essere versati da Benetton”, ha continuato Ilona Kelly.

Colmare i 9 milioni mancanti naturalmente è una responsabilità anche di quegli altri marchi che hanno fatto solo piccoli versamenti nel fondo, come Walmart, Children’s Place, Mango, Robe di Kappa e Inditex. Anche il Bangladesh Prime Minister’s Fund, che pure ha raccolto numerose donazioni in seguito al disastro, e la BGMEA, l’associazione degli imprenditori tessili bangladesi, sono stati chiamati a fare un ulteriore sforzo per colmare la differenza che manca.

“Siamo davanti all’opportunità concreta di costruire una occasione storica, se tutte le persone vittime di questa tragedia ricevessero il pieno risarcimento che gli spetta entro il secondo anniversario del crollo. Questo può essere realizzato se innanzitutto Benetton contribuirà con almeno 5 milioni di dollari. Tuttavia fino a che tutti e 30 milioni non saranno nel Fondo, tutti gli attori coinvolti dovranno considerarsi responsabili per il raggiungimento di questo obiettivo e incrementare i loro versamenti” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

Biocarburanti, l’ultima chiamata per Bruxelles

La revisione delle direttive europee che regolano la produzione ed il consumo di biocarburanti è a un passaggio cruciale. Il prossimo 24 febbraio la Commissione ambiente del Parlamento europeo dovrà esprimersi in seconda lettura sul pacchetto di revisione conosciuto come “direttiva ILUC”, un acronimo che sta per Indirect Land Use Change, cioè “cambiamento indiretto nell’uso della terra”.

Sono ormai passati due anni e mezzo da quando la Commissione europea presentò una proposta di modifica delle due direttive sui biocarburanti, quella sulle energie rinnovabili (Renewable Energy Directive – RED 28/2009/CE) e quella sulla qualità dei carburanti (Fuel Quality Directive – FQD 30/2009/CE). Fin dall’avvio del processo di revisione molte organizzazioni della società civile hanno chiesto alle istituzioni europee (e per quanto riguarda il nostro Paese anche al governo italiano) che si cogliesse l’occasione per una radicale riforma, promuovendo una maggiore sostenibilità ambientale, sociale ed economica, che l’attuale impianto normativo non è in grado di conseguire.

Il percorso di revisione non è stato semplice, con i vari passaggi istituzionali che hanno progressivamente annacquato la proposta della Commissione, che appresentava un punto di partenza da migliorare e non da peggiorare. In primo luogo, l’obiettivo principale della revisione era quello di promuovere l’utilizzo di quei biocarburanti che effettivamente garantiscono un risparmio di emissioni rispetto alle fonti fossili, e ciò è possibile solo contabilizzando all’interno dei criteri di sostenibilità anche le emissioni indirette causate dall’aumento delle superfici dedicate alle coltivazioni agro energetiche (che siano alimentare o colture dedicate).

Tali emissioni indirette, dovute al Indirect land use change (ILUC, appunto) sono al cuore del processo di revisione ma su di esse, purtroppo, pur con differenze significative tra la posizione dei governi e quella del Parlamento, l’Unione europea non sta facendo abbastanza: le proposte “in campo” prevedono nel migliore dei casi (è la posizione del Parlamento) la loro contabilizzazione dopo il 2020, mentre alla peggio (è la posizione del Consiglio) la escludono categoricamente.
Un secondo fondamentale aspetto riguarda il limite all’utilizzo di biocarburanti ricavati da prodotti alimentari e dalle coltivazioni agro-energetiche dedicate (energy crops) che causano enormi impatti sociali, sia incidendo sulla dinamica inflattiva dei prezzi agricoli, come dimostrato dalla crisi alimentare del 2007-2008, che sugli investimenti in terra e gli impatti di land grabbing, vale a dire violazioni sistematiche di diritti umani fondamentali come, ad esempio, quello al cibo.
La proposta che il relatore del dossier, il finlandese Nils Torvarlds, porterà al voto della Commissione ambiente prevede di limitare l’utilizzo dei land-based biofuels al 6%, rispetto a un’obiettivo di sostituzione del 10%. Oggi questo tipo di biocarburanti copre in media il 5% del consumo totale di carburanti in Europa, e per questo il limite dovrebbe almeno essere posto a tale livello, in modo da bloccare da subito ogni ulteriore crescita del loro consumo. Inoltre la proposta che la Commissione ambiente del Parlamento voterà contiene una misura molto pericolosa che va in controtendenza rispetto all’obiettivo di limitare l’uso di biocarburanti di prima generazione, ovvero un sotto-target di sostituzione che richiede ai Paesi europei di arrivare a sostituire almeno il 6,5% delle benzine con etanolo, un biocarburante ricavato, tra l’altro, trasformando la canna da zucchero e il mais.

Infine, c’è la partita sui cosiddetti biocarburanti avanzati, ovvero ricavati da prodotti che non entrano in competizione con la destinazione alimentare, sulla cui definizione e sostenibilità, tuttavia, si è aperto un grande dibattito non ancora concluso. Osannati da chi li crede la soluzione ad ogni problema di sostenibilità che caratterizzano quelli di prima generazione, vanno in realtà considerati con grande cautela accompagnandone l’utilizzo a stringenti, e attualmente assenti, criteri di sostenibilità ambientale e sociale. Andrebbero escluse, ad esempio, le coltivazioni agro-energetiche dedicate (non bastano quelle agroalimentari) e dovrebbe essere adottato un principio di gerarchia e dell’utilizzo a cascata per quanto riguarda scarti e rifiuti.

Il voto del 24 febbraio al Parlamento europeo rappresenta un’occasione unica per porre finalmente un limite all’utilizzo sempre più crescente di biocarburanti i cui rischi sociali e ambientali sono stati ampiamente descritti. È di fondamentale importanza che la Commissione ambiente licenzi una proposta ambiziosa e dia mandato al rapporteur Torvalds di negoziarla direttamente con il Consiglio. L’assenza di coraggio nella proposta e di un mandato chiaro per il relatore farebbe affondare definitivamente il “pacchetto ILUC” nelle sabbie mobili dell’iter decisionale europeo, chiudendo così le porte a qualsiasi, seppur non radicale, cambiamento.
Per questo è importante fare pressione sui parlamentari italiani. Andando sul sito  http://takeaction.biofuelsreform.org/ è possibile prendere parte ad un’azione di mobilitazione lanciata a livello europeo inviando messaggi via Twitter ai Parlamentari europei italiani della commissione ambiente per sollecitarli a votare una proposta che sia effettivamente capace di migliorare la sostenibilità complessiva dei biocarburanti.
Il voto della Commissione ambiente, così come l’esito finale della revisione, è importante  per l’impianto futuro della politica europea sui biocarburanti ma anche per il segnale sul futuro dell’intera politica bioenergetica europea, ovvero il sempre più crescente utilizzo di biomasse per sostituire le fonti fossili nel riscaldamento e raffreddamento e nella produzione elettrica.

Ad oggi, la produzione di biocarburanti copre a malapena il 2,5% del fabbisogno energetico complessivo nel settore dei trasporti a livello mondiale e le biomasse e le bioenergie forniscono il 10% dell’energia globale. Considerando che al 2030 le stime prevedono che il solo consumo europeo di bioliquidi e biocarburanti avrà bisogno di 70 milioni di ettari, la maggioranza dei quali in territori extra-europei, capiamo bene che il futuro alimentare del pianeta è incompatibile con le stime di consumo bioenergetico e che né l’intensificazione del produzione (che avverrebbe di nuovo a discapito dell’ambiente), né l’utilizzo di terreni cosiddetti degradati, né i biocarburanti di seconda e addirittura terza generazione saranno in grado di risolvere il problema di un’equazione irrisolvibile tra la finitezza delle risorse (terra, acqua) e i bisogni di una popolazione in crescita.
Serve un’inversione di rotta radicale poggiando il futuro energetico europeo su solide basi  di sostenibilità sociale, ambientale e di rispetto dei diritti umani fondamentali.

Altromercato, tutto un altro bilancio

Più di 100 Soci, 300 punti vendita in tutta Italia, circa 40 milioni di euro di fatturato consolidato, 5mila volontari, 30mila persone attivamente coinvolte, rapporti di cooperazione con oltre 150 organizzazioni di produttori in 50 Paesi del mondo. Sono questi i numeri di Altromercato (www.altromercato.it), messi in fila nella seconda edizione dell’Altrobilancio, il bilancio di sostenibilità del biennio 2012/2014 (www.altromercato.it/altrobilancio).

Al centro del documento la qualità e i sistemi di garanzia del prodotto, le politiche di acquisto e le attività di cooperazione con i produttori, le attività di sensibilizzazione e i sistemi di controllo sull’organizzazione.

Prima di giungere all’Altrobilancio, i portatori d’interessi sono stati coinvolti attraverso la somministrazione di questionari, improntati a stabilire il livello di importanza delle diverse tematiche da considerera. Incrociando i risultati è poi nata la “Matrice di Materialità”, cuore dell’Altrobilancio, che rappresenta i temi più importanti per l’attività di Altromercato, indicandone le priorità.

“Per noi -spiegano da Altromercato- un prodotto di qualità è costituito da materie prime di alta qualità, che per il settore alimentare, ma non solo, provengono in gran parte da agricoltura biologica. È il più possibile sostenibile nel suo ciclo di produzione, consumo e smaltimento, ad esempio attraverso l’utilizzo per il confezionamento di materiali riciclati e riciclabili e la riduzione del peso e dell’utilizzo di imballi secondari. È un prodotto sicuro per il consumatore, grazie alle certificazioni ottenute da garanti esterni ma anche grazie alla trasparenza e completezza delle informazioni riportate sull’etichetta dei singoli prodotti”.

La sostenibilità è alla base anche dei rapporti con ciascun produttore: dal pagamento di un prezzo equo al prefinanziamento, pari ad oltre il 50% del valore degli acquisti stessi, dalla continuità nella relazione alla tutela della dignità, dei diritti umani e della giustizia sociale, dalla costruzione di filiere trasparenti e tracciabili alla promozione dello sviluppo sostenibile per le comunità e per l’ambiente, fino ai progetti di cooperazione e autosviluppo.

“Il Bilancio di Sostenibilità segna l’inizio di una transizione importante e non facile, che mira a rinnovare l’attività e l’immagine di Altromercato, a partire dalla volontà di offrire sponda commerciale anche ai produttori dell’economia sociale italiana -spiega Vittorio Rinaldi, Presidente di Altromercato-. Non possiamo infatti sottrarci al dovere di sostenere e valorizzare i piccoli produttori agricoli, gli artigiani, le cooperative sociali e le tante produzioni locali socialmente ed ecologicamente responsabili che subiscono nel nostro Paese l’impatto della recessione. Per questo nell’anno appena concluso tante energie abbiamo dedicato a gettare le fondamenta di un progetto di rilancio finalizzato a sviluppare un filone di commercio equo fatto in Italia, il Solidale Italiano Altromercato, appunto, che va ad affiancarsi al tradizionale filone dell’international fair trade”.

L’obiettivo è quello di diffondere i principi e i prodotti del commercio equo e solidale, favorire il cambiamento sociale e promuovere una maggiore equità delle regole del commercio internazionale.

L’Altrobilancio 2012/2014 è disponibile in formato digitale, in versione sfogliabile (con link a contenuti di approfondimento) e scaricabile sul sito internet www.altromercato.it/altrobilancio/

Equo ma non troppo? AGICES risponde

Dopo le “ombre sul commercio equo” è il tempo del più sobrio “Equo ma non troppo”. Un recente articolo apparso sul settimanale “D” de la Repubblica torna a sollevare le già discusse “accuse” rivolte al commercio equo e solidale, reo di aiutare “poco l’Africa, molto le imprese, per niente i lavoratori”. “Le associazioni -si legge nel pezzo intitolato ‘Equo ma non troppo’- si difendono. Però ammettono i difetti del sistema”. Tra queste anche AGICES, la cui opinione è stata riportata solo parzialmente.

Prima di pubblicarla, però, è bene fare un passo indietro. A far da fondamenta dell’approfondimento di “D” è, ancora una volta, una ricerca del Fair Trade Employment and Poverty Reduction (Ftepr, istituito dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale inglese) pubblicata a fine maggio 2014 e già ripresa dal mensile Africa sotto al titolo “Ombre sul commercio equo”. Compensi bassi, condizioni di lavoro peggiori di quelle riscontrabili presso società non legate al fair-trade, ricorso al lavoro minorile.

Già all’epoca, Vittorio Leproux, membro del direttivo di AGICES, aveva fatto notare che “i ricercatori hanno preso in esame solo due nazioni, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Altri studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università di Roma Tor Vergata o all’organizzazione Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del commercio equo, giungendo a conclusioni molto diverse”.

Alla ricerca Soas si sarebbe aggiunto un libro di Ndongo Samba Sylla, “un economista 35enne senegalese della tedesca Rosa Luxemburg Foundation, che in passato ha collaborato con Fairtrade”.

Ed è in questo confuso sovrapporsi dei “problemi maggiori per Fairtrade” che interviene Alessandro Franceschini, presidente di AGICES. Un chiarimento -per esteso e non per poche battute- più che una difesa.

1) Cosa pensa delle critiche che sono state mosse nei mesi scorsi dalla ricerca dell’Università Soas di Londra (sulle paghe dei contadini legati al commercio equo e solidale in Etiopia e Uganda, che risultano inferiori a quelle non legate all’equosolidale) e dallo studioso Ndongo Samba Sylla, secondo cui a beneficiare del sistema è soprattutto l’America Latina e non l’Africa?

“Più che di critiche parlerei di letture parziali di una realtà molto complessa e in continua costruzione, che naturalmente presenta delle criticità accanto a indubbi effetti positivi registrati da valutazioni di impatto e studi condotti negli ultimi 30 anni da Università ed enti di ogni continente. Ma gli elementi negativi non vanno assolutamente sottovalutati, anzi: vanno affrontati con decisione e risolti in tempi rapidi per non danneggiare la credibilità dell’intero sistema e dei milioni di produttori, volontari, lavoratori e consumatori che ogni girono costruiscono il Commercio Equo e Solidale. Il sistema di Commercio Equo che noi rappresentiamo è fondato sulla relazione tra Organizzazioni (oltre ai gruppi di produttori nel sud del mondo, gli importatori e le botteghe in Italia, organizzazioni democratiche e senza scopo di lucro) più che sulla certificazione di prodotto, e questo almeno potenzialmente può fornire qualche elemento in più di controllo sull’intera filiera. La risposta sta quindi nel non voler ridurre il commercio equo ad una mera relazione commerciale: si deve trattare piuttosto di una relazione tra organizzazioni, il cui lavoro è reciprocamente garantito.
Sulle critiche specifiche: nel rapporto Soas i ricercatori hanno preso in esame solo, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Alcuni studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università̀ di Roma Tor Vergata o dall’organizzazione internazionale Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del Fair trade, giungendo a conclusioni decisamente diverse. Il rapporto comunque mette in luce alcune criticità che non si devono sottovalutare. Una delle cause va ricercata nel fatto che spesso si agisce in zone povere e svantaggiate dei Paesi: può capitare che i produttori locali abbiano mezzi economici più modesti rispetto a realtà più solide e grandi dislocate in zone maggiormente sviluppate. Gli stessi autori della ricerca invitano a non sottovalutare questo aspetto. Così come, al di là dell’aspetto salariale, uno degli elementi che più caratterizzano il Fair Trade (secondo la voce proprio dei produttori) è la continuità della relazione economica, che non dipende da fluttuazioni di borsa e che continua anche in caso di difficoltà nella produzione. Relazioni e garanzie di continuità che permettono ai contadini, altrimenti soffocati dalle leggi del mercato, di accedere al credito, di mandare i figli a scuola e di poter pianificare il futuro: aspetti in molti casi anche più importanti della questione reddito. Da questa vicenda dobbiamo comunque imparare la lezione di essere più attenti e solleciti anche rispetto ai braccianti e agli stagionali che sono impiegati dalle organizzazioni di produttori.
Sul ritardo del Fair trade dell’Africa rispetto ad Asia e America Latina: è vero, per vari ordini di problemi (tra i quali i costi di trasporto per le importazioni e l’instabilità di molti contesti regionali) e molte Organizzazioni si stanno concentrando proprio su questo obiettivo, per sostenere i produttori africani che in molti Paesi stanno avviando percorso virtuosi. Un solo dato per quanto ci riguarda: dei 15milioni di Euro di importazioni da produttori di commercio equo da pare delle Organizzazioni nostre Socie, solo l’11% arriva dal continente africano. C’è ancora molto da lavorare”.

2) Può parlarci del mass balance, ovvero del sistema che permette di mescolare le materie prime certificate Fairtrade con materie prime tradizionali e mantenere comunque il bollino Fairtrade sul prodotto? È un sistema che ha un po’ “imbastardito”, annacquato il commercio equo solidale?

“Intanto è importante ribadire che la gran parte del Commercio Equo fondato sulle Organizzazioni lavora con un sistema di controllo e di monitoraggio non legato alla certificazione di prodotto. Non mi risulta che tra i nostri associati venga praticato il mass balance. Per il nostro modo di pensare il Commercio Equo e Solidale l’obiettivo è la tracciabilità totale a cui è importante tendere. Non è però detto che sia sempre tecnicamente possibile, ad esempio in una fase di implementazione del progetto, quando ancora i volumi di vendita non permettono l’approvvigionamento di materia prima sufficiente. Ma deve essere un’eccezione rapidamente sanata in un’ottica di filiera interamente equa e solidale”.

3) Si sente di rassicurare il consumatore italiano che compra equo e solidale? Comprare prodotti come il caffé Etiopia, le banane Ecor o la cioccolata Compañera, nonostante le polemiche, aiuta davvero i contadini del Terzo Mondo?

“Il Commercio Equo e Solidale è una delle forme di economia più innovative e “capaci di futuro” per ridisegnare i rapporti di forza tra le economie pubbliche e private in ogni angolo della terra, e soprattutto per difendere il lavoro di chi non ha tutele. Il solo portare al centro del dibattito politico ed economico internazionale e all’attenzione dei consumatori la voce di chi è più escluso, è di per sé una garanzia di sostegno a chi non ha voce in capitolo o luoghi dove farla sentire. A garanzia del consumatore proprio in questi giorni l’Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale sta lanciando per le proprie Organizzazioni socie il marchio Equo Garantito, una grande novità che assicurerà ai cittadini che entrano in una delle nostre botteghe il controllo della filiera (con un sistema di monitoraggio continuo certificato da un ente terzo indipendente) e il rispetto di quanto scritto nella carta dei Criteri del Commercio Equo e Solidale e in armonia con gli standard internazionali. La maggior forma di controllo dell’intero sistema è comunque la partecipazione da parte di consumatori attenti e sensibili al tema di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale”.

Le banche contro le foreste. La denuncia di Greenpeace

È un altro anniversario amaro quello che, stando a Greenpeace, si appresta a festeggiare l’Indonesia. È trascorso un altro anno infatti dalle rassicurazioni fatte dalla multinazionale cartaria (pulp&paper company) April, responsabile della pesante aggressione a danno di ampie superfici del decimo Paese per produzione di carta e secondo al mondo per tasso di deforestazione, a chi aveva richiesto azioni concrete e dunque sostenibili a tutela del patrimonio naturale del Paese. Il primo “non vi preoccupate” risale al 2004, quando l’azienda aveva assunto l’impegno di fermare lo “spappolamento” della foresta pluviale entro e non oltre il 2009. Poi la linea del traguardo è stata spostata in avanti, e poi avanti ancora, fino almeno al 2020, senz’alcun ripensamento nonostante incendi boschivi ricorrenti e inondazioni.

Nel 2014 i ricercatori di Greenpeace hanno verificato punto per punto le operazioni della April -controllata dal tycoon Sukanto Tanoto– fotografando impietosamente la “gestione sostenibile delle foreste” assicurata dall’azienda sull’isola di Padang, al largo della costa di Sumatra. Più avanti, il mese di marzo porta con sé altri scatti, dove i protagonisti sono gli immensi canali di drenaggio scavati, inferti.

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A maggio 2014 l’attacco continua. Gli scatti dall’alto ritraggono centinaia di ettari di foresta pluviale distrutti e un paesaggio tagliato da canali di drenaggio. Nel novembre scorso la April ha quasi interamente cancellato la foresta. La foresta ha ceduto il passo a un mare di tronchi d’albero e tronchi accatastati destinati al macero, con detriti. Le fotografie mostrate da Greenpeace sono la più evidente smentita delle affermazioni dell’impresa.

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Allo scandalo internazionale s’affianca un monito, che tocca i consumatori di tutto il mondo. “Le aziende che persistono ad acquistare da April, e banche come Santander e ABN Amro, che finanziano le operazioni di April, stanno contribuendo a rendere possibile questa distruzione”, ha scritto chiaramente Greenpeace, aggiungendo un altro triste capitolo al libro scritto dalle “banche -a loro modo- armate”.