Troppi migranti e profughi? Troppe guerre e povertà!

 

Nessun genitore metterebbe suo figlio in mare, se la terra fosse più sicura

L’UNICO MODO PER RIDURRE I FLUSSI MIGRATORI CUI STIAMO ASSISTENDO E’ LAVORARE PER FAR CESSARE LE GUERRE IN CORSO, E DOTARSI DI UNA POLITICA DI REDISTRIBUZIONE DELLE RISORSE  E DEGLI SQUILIBRI INTERNAZIONALI

IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE DA SEMPRE LAVORA PER CIO’:

ACCOGLIENZA, LAVORO SOSTENIBILE PER I PRODUTTORI, REDISTRIBUZIONE DELLE RISORSE, ECONOMIE DI GIUSTIZIA, STABILITA’ SOCIALE.

Tante sono state le reazioni di fronte all’imponente flusso migratorio che ha coinvolto l’Europa: chi festeggia naufragi ed annegamenti perché riducono gli arrivi, chi si sente invaso e minacciato nella propria identità, chi urla contro gli immigrati, chi chiedendo voti per difendere i nostri confini. Chi osserva sgomento, chi chiede protezione per chi fugge da guerre e miseria. E chi è andato sulle coste o ai confini per offrire aiuto e conforto a chi è riuscito ad arrivare. Comunque la si pensi, siamo di fronte ad un processo epocale, destinato a durare, ed a sfidarci tutti, istituzioni e cittadini. TU DA CHE PARTE VUOI STARE?

Noi stiamo da quella parte ove Cuore e Ragione collaborano per affrontare seriamente un problema ampiamente previsto, rispetto al quale la politica dell’Unione Europea si è limitata ad osservare la crescita di un fenomeno drammatico, contribuendo anzi alle sue cause, illudendosi che fosse possibile gestirlo col filo spinato. Indifferente alle tragedie vissute da centinaia di migliaia di migranti, ai 25.000 morti per naufragio (dal 1988). Ed ai fallimenti clamorosi della propria politica internazionale (in particolare in Medio Oriente), che – com’era previsto – hanno fortemente alimentato i flussi migratori. All’incapacità di darsi una politica adeguata al dramma che stiamo vivendo, corrisponde infatti l’infinita ipocrisia dimostrata da chi ha contribuito direttamente (Libia) o tramite complicità politica, militare ed economica (Siria), a creare le cause drammatiche delle migrazioni di quelle popolazioni che dichiaravamo di aiutare con i nostri interventi. Salvo poi ributtarle in mare quando effettivamente ci hanno chiesto aiuto.

Paesi come la Germania e l’Austria hanno cambiato il proprio approccio, aprendosi in parte all’accoglienza. Sono novità positive, che non devono però farci pensare che tutto è risolto. Irrisolte  permangono le cause delle migrazioni verso l’Europa. Esse sono note, chiare, lampanti davanti a noi: guerre, miseria ed impoverimento, mancanza di diritti umani, desertificazione e siccità dovute ai cambiamenti climatici (che causeranno altri milioni di migranti). E’ razionale pensare che tutto ciò possa essere affrontato da quella politica che ha dimostrato il suo fallimento? Anni di chiusura delle frontiere, di controllo dei mari, di detenzioni arbitrarie, di violazioni dei diritti umani, di investimenti di grandi risorse economiche nella “detenzione” e nei respingimenti (25 miliardi di € dal 2000 ad oggi) non hanno fermato gli arrivi dei migranti. Né potrebbe essere altrimenti, e dovremmo ben saperlo noi italiani che abbiamo il record mondiale di emigranti (e tuttora continuiamo ad emigrare). Lo squilibrio tra le condizioni di vita esistenti tra i paesi di partenza e quelli di destinazione, la sempre maggiore concentrazione del potere economico e finanziario nel “Nord”, la rilevanza (specie in paesi come l’Italia) del lavoro sommerso ove gli immigrati lavorano senza documenti, la permanenza di guerre (alimentate o giustificate anche da USA ed Europa) vicine ai nostri confini, continueranno a spingere un elevato numero di persone a cercare protezione da noi. E non li fermeranno gli ottusi egoismi nazionali, il vergognoso rimpallo di responsabilità tra i paesi europei, e la crescita di movimenti nazionalisti e xenofobi che utilizzano il tema delle migrazioni per accrescere il proprio consenso. O il degrado di un’Unione Europea che pochi mesi fa non è riuscita a mettersi d’accordo per redistribuire nei 28 paesi membri 40.000 rifugiati in due anni. 40mila! Nel 2013, Pakistan, Iran, Libano, Giordania, Turchia, Kenya, Ciad, Etiopia, da soli, ne hanno accolti circa 5 milioni e mezzo…

Il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato che “Non basta commuoversi, occorre muoversi”. Mentre la maggioranza dei politici si limitava a parlare o a guardare da un’altra parte, da decenni il Commercio Equo e Solidale si muove concretamente con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, di distribuire il reddito su tutta la filiera produttiva (e non concentrarlo nelle mani di pochi), di portare benefici alle comunità locali, di una riconversione ecologica dell’economia che favorisca pace e giustizia sociale, e per una finanza che promuova i beni comuni, produzione e lavoro (e non la speculazione). Da sempre il Fair Trade combatte quegli squilibri che alimentano le migrazioni, e denuncia l’insostenibilità di un modello economico globale ove oltre 842 milioni di affamati convivono con 600 milioni di persone sovralimentate, e che nel 2016 – mentre i nostri politici esultano per gli zerovirgola di aumento del PIL – produrrà il record della disuguaglianza economica mondiale, con l’1% della popolazione più ricca dell’altro 99%, mentre già nel 2012 la FAO ha stimato che entro il 2050 il cambiamento climatico causerà un aumento tra il 10% ed il 20% del numero di persone a rischio di fame, e del 21% del numero di bambini a rischio di malnutrizione.

I migranti che ci osservano, chi è già partito e chi si prepara a partire, sono solo l’annuncio di un futuro nel quale la redistribuzione delle risorse ed una maggiore giustizia sociale globale (temi  oggi estranei all’agenda dell’Unione Europea e della politica internazionale) potrebbero essere perseguite in modo violento, come prima o poi accade laddove il filo spinato prende il posto di politiche capaci di incidere sui problemi. “Aiutiamoli a casa loro”? Ora si tratta di aiutarci tutti insieme nella nostra unica “casa comune” questa Terra, che è di tutti.

PER TUTTO CIO’ NOI CHIEDIAMO ORA, ALL’ITALIA ED ALL’UNIONE EUROPEA:

  • l’adozione di una organica normativa europea sul diritto di asilo, che superi il regolamento di Dublino, e che includa l’istituzione di corridoi umanitari che permettano a quote di migranti di accedere alle nazioni europee in tutta sicurezza
  • l’adozione un piano strutturale per l’accoglienza dei profughi nei prossimi anni, cui vengano assegnate adeguate risorse economiche (attualmente in Europa ed in Italia sono la metà di quelle stanziate per i controlli delle frontiere ed i respingimenti)
  • la chiusura dei centri di detenzione per come sono oggi strutturati e gestiti
  • il finanziamento di solidi e strutturali piani per l’integrazione degli stranieri, che includa l’introdurre del diritto di voto alle elezioni amministrative per i migranti residenti, ed un impegno straordinario al contrasto a qualsiasi forma di xenofobia e razzismo.

Questo è un appello congiunto Equo Garantito e Altreconomia

Scarica la locandina della campagna!
LocandinaRifugiati_DEF

Fuggire o morire, il bivio dei migranti forzati

Chi intraprende le rotte migratorie tra i Paesi sub-sahariani e l’Europa non ha scelta: “fuggire o morire”. Un bivio drammatico che ha dato il titolo a un rapporto curato dall’organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (MEDU), pubblicato a fine luglio. Il lavoro -frutto dei primi sei mesi di attività del progetto “ON TO: Stopping the torture of refugees from Sub-Saharan countries along the migratory route to Northern Africa” (Stop alla tortura dei rifugiati lungo le rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso il Nord Africa), co-finanziato dall’Unione Europea e da Open Society Foundations, e che verrà ultimato nel mese di settembre- ha visto al centro le testimonianze dei migranti giunti in Italia e ospitati presso il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Ragusa, il Centro di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara) di Mineo e in alcuni “insediamenti informali” di Roma (edifici occupati, stazioni). Aree dove MEDU opera a partire dal giugno e dal novembre 2014. E dove ha compreso una volta di più la brutalità di chi paventa una “invasione”. “Affermazioni come ‘aiutiamoli a casa loro’ o la sua variante più xenofoba ‘se ne restino a casa loro’ oppure ancora ‘accogliamo i rifugiati ma i clandestini devono essere respinti’ -sostengono da MEDU- sono spesso patrimonio di molti politici oltre che del luogo comune”.
Ai gruppi di ricerca e ascolto dell’organizzazione -i cui risultati sono stati raccolti e tradotti dagli autori Alberto Barbieri, Giuseppe Cannella, Laura Deotti e Mariarita Peca-, oltre 150 migranti hanno fornito “testimonianze approfondite” sulle rotte migratorie seguite, sul traffico di esseri umani incontrato e patito, sulle ragioni delle partenze (persecuzione politica, religiosa, coscrizione militare obbligatoria), sul tipo di violenze e torture subite e, infine, sulle conseguenze psicologiche del “percorso” effettuato. Tra le rotte descritte ne spiccano due: quella dell’Africa occidentale -che dal Niger porta alla Libia (vedi immagine sotto)- e quella dell’Africa orientale -dove il Sudan è il punto di passaggio, sempre verso la Libia-. La prima, e più battuta dagli intervistati di MEDU, dura in media “22 mesi”. “In media -si legge in ‘Fuggire o morire’- i richiedenti asilo hanno trascorso 13 mesi in Libia”, prima di partire dalle coste diretti in Italia attraverso il Mediterraneo. “La rete del traffico è una catena a maglie lente, in cui anche un singolo individuo può inserirsi e sfruttare i migranti vulnerabili, attraverso sequestri, lavoro forzato o estorsione di denaro”. Le fonti di MEDU -indicate con le iniziali, l’età, la nazionalità e il luogo dell’intervista- ricostruiscono la tela delle rotte, i diversi tipi di trafficanti. Ce ne sono due, di norma: quello che si preoccupa di organizzare la tratta da Agadez (Niger) verso la Libia e chi quella in mare. E.C. ha 19 anni e arriva dalla Nigeria. Racconta della “strada per l’inferno” che attraversa il deserto tra Agadez e Gatron o Sabah (in Libia). Un deserto “pieno di tombe”, dove E. C. ha visto “tanti corpi morti”, anche di “persone cadute dal veicolo” usato dai trafficanti. O. K., ventenne ivoriano, ha lavorato un anno in Libia senza essere pagato. La realtà lo costringeva ad esser schiavo di chi avrebbe potuto accordargli la partenza. “Tutti i 100 richiedenti asilo intervistati da MEDU in Sicilia e tutti i 400 intervistati a Roma hanno riferito di essere stati vittime di qualche tipo di trattamento crudele, inumano o degradante (CIDT), soprattutto in Libia”, si legge nel rapporto. C’è chi è stato rinchiuso, legato, bendato, carcerato o sequestrato. Chi ha subito aggressioni, violenze e percosse. Al 97% degli intervistati è stata sottratta acqua e cibo. S. K. ha 67 anni ed è giunta dall’Eritrea fino al Centro di accoglienza informale di Roma Baobab. Ha pagato 2.400 dollari per arrivare dal Sudan alla Libia. È stata in carcere a Tripoli per quattro mesi, senza motivo. Ha visto le proprie nipoti nelle mani dei guardiani, una delle quali è finita ostaggio. “In prigione eravamo 70-80 persone con un solo bagno”. Vietato ammalarsi, come racconta A. M., gambiano di 26 anni: “Non hai diritto di vedere un dottore -dice riferendosi alle carceri libiche- puoi solo morire e il tuo corpo viene buttato fuori”. Nessuno degli intervistati ha deciso di sprofondare in quei gironi per potersi fermare nel nostro Paese: tutti sono in transito verso il nord Europa.

(Le rotte migratorie verso l’Europa. Dal rapporto “Fuggire o morire” – Medici per i diritti umani)
A chi incrocia gli aguzzini senza nome (il più delle volte indossano o una divisa -agenti di polizia libica- o un’uniforme -militari-) non rimangono soltanto le cicatrici. Gli operatori di MEDU si sono concentrati infatti sul “legame tra i trattamenti inumani e degradanti, la tortura e il disagio mentale”. Disturbi d’ansia, episodi depressivi, disturbi da stress post traumatico o dell’umore e anche da incubi, insonnia.
“Un anno e mezzo fa ho perso mio padre, ucciso davanti ai miei occhi da fondamentalisti islamici di Boko Haram che mi hanno tenuto prigioniero e mi hanno picchiato per circa quattro mesi -è la testimonianza di E.I., 30 anni, dalla Nigeria, intervistato al Cara di Mineo-. Ho vissuto in Nigeria, non lontano da Benin City. Porto ancora i segni sulle gambe e sui piedi e non posso ancora camminare bene, forse per sempre. Penso a mio padre ucciso e alla mia famiglia e non so come andare avanti dal momento che sono ancora senza documenti e senza lavoro. Ho un nodo alla gola e mi fa male lo stomaco. La mattina, da molte settimane, non voglio alzarmi dal letto. Spesso mi capita di voler piangere nella mia stanza e il mio petto si stringe. Sarò in grado di trovare un lavoro?”.
Quella che il rapporto definisce come “ampiezza” e “pervasività” del traffico impone, per gli autori, di riconsiderare le etichette. “La tradizionale dicotomia tra rifugiati e migranti economici -si legge- sembra essere più un concetto astratto che uno strumento in grado di comprendere adeguatamente una realtà complessa”. Sarebbe più opportuno quindi considerarli come “migranti forzati”, che fuggono per salvarsi lungo rotte dominate dal “senso di insicurezza e vulnerabilità”. Sono “bersagli mobili” cui il sistema di accoglienza nazionale risponde con modelli fondati su macro-strutture -il Cara di Mineo ne è un esempio, visto che ospita tra le 3mila e le 4mila persone-. Una risposta sbagliata secondo i rappresentanti di MEDU, cui andrebbe preferita un’accoglienza basata su centri e strutture più ridotte, che favoriscano integrazione e -sempre che sia possibile- la seppur minima considerazione della storia di vita di chi ci finisce dentro.
di Duccio Facchini, tratto da Altreconomia

33mila volte equo e solidale

I dati dell’ultimo anno indicano una realtà italiana ampia e diffusa, un’economia virtuosa che movimenta merci e denaro dando spazio e garantendo i diritti dei produttori del Sud del mondo… e non solo.

È un’avanzata pacifica, inesorabile, concreta: il commercio equo e solidale, quello dei diritti, della dignità e dell’equilibrio fra uomo e territorio, conta in Italia 33.000 soci che fanno capo a 84 organizzazioni, cooperative e consorzi; ci sono poi oltre 5000 volontari e 256 punti vendita (in crescita), per un valore aggregato di produzione di oltre 78 milioni di euro.

Sono questi i dati relativi all’ultimo anno che permettono di scattare una fotografia assolutamente positiva del fair trade nel nostro paese. Procede speditamente anche il riconoscimento legislativo di questa realtà: in Italia sono ormai 12 le Regioni che si sono dotate di una legge a sostegno del commercio equo; l’ultima in ordine di tempo è stata la Lombardia.

«Il commercio equo è un rilevante fenomeno economico e sociale, capace di migliorare la qualità della vita di milioni di piccoli produttori, di condurre pratiche commerciali rispettose, di tutelare i diritti dei lavoratori e dell’ambiente» spiega Alessandro Franceschini, presidente di Agices, l’associazione di categoria delle organizzazioni di commercio equo e solidale italiane. «E si propone anche come modello economico socialmente ed ambientalmente sostenibile, i cui criteri base delineano l’orizzonte a cui tendere per una possibile conversione dell’attuale modello dominante. Lo abbiamo dunque dimostrato: è possibile massimizzare la distribuzione del reddito su tutta la filiera produttiva, portare benefici alle comunità locali, autonomia e sviluppo a chi è marginalizzato da un mercato controllato dai poteri forti. È possibile utilizzare la finanza per promuovere beni comuni, produzione e lavoro e non per fini speculativi. Ciò significa quindi fornire ottimi prodotti ai consumatori, rispettando standard che promuovono il benessere collettivo, la sostenibilità ambientale e limitano l’accumulo di potere e ricchezza individuale. In altre parole, il commercio equo fa ciò a cui la politica sembra aver rinunciato: “turba” i mercati, regola gli scambi commerciali, vincola i prezzi. Prezzo minimo garantito dei prodotti, salari minimi calibrati sul costo della vita, prefinanziamenti, risorse per benefit sociali, relazioni di lungo periodo, obbligo al rispetto di un insieme minimo di criteri sociali e ambientali. Non solo un manifesto di opposizione ideale all’economia dominante, ma pratica concreta quotidianamente applicata da oltre 1000 organizzazioni e imprese in 70 paesi del mondo, con milioni di persone coinvolte».

Equo garantito

La novità, lanciata alla World Fair Trade Week di Milano che si è tenuta a maggio, è un sistema di garanzia equosolidale chiamato Equo Garantito, che approda sulle vetrine di oltre 250 punti vendita equi in tutta Italia. È il logo che rende riconoscibile ed esplicito il fatto che l’organizzazione che lo utilizza appartiene a un sistema di garanzia, i cui criteri sono condivisi e presi ad esempio dalla World Fair Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio equo e solidale.

«Equo Garantito rappresenta un momento di passaggio cruciale del movimento fair trade italiano»ha spiegato Vittorio Leproux del direttivo di Agices. «Il nuovo logo coinvolge l’associazione e gli associati: tutti lo esporranno per dare risalto – nelle vetrine, sui siti, nella carta intestata di ciascuno – alla scelta di questa identità comune».

È stata lanciata anche un’applicazione gratuita per smartphone e tablet dedicata al fair trade italiano. Si chiama EquoApp e consente di geolocalizzare le botteghe “equo garantite” più vicine e gli altri punti vendita del commercio equo e solidale in Italia, trovare i ristoranti che utilizzano prodotti equi e solidali più vicini, usufruire di sconti e promozioni dedicati, restare sempre informati sulle novità e ricevere informazioni sugli eventi e le attività in programma.

L’applicazione è già disponibile su Google Play per dispositivi Android e su Apple Store per iPhone e iPad.

 

tratto da Terra Nuova

La bolla cinese

Il crollo delle Borse cinesi ha contagiato i principali mercati finanziari. Ma l’incendio è una finanza ipertrofica, autoreferenziale e intrinsecamente instabile. E se non si parte da questa evidenza, la bolla cinese sarà unicamente l’ennesimo – ma non l’ultimo – episodio di una lunghissima serie

Una crisi che nasce da una guerra monetaria, in cui ogni Paese svaluta nel tentativo di aumentare l’export per migliorare il proprio bilancio pubblico; una conseguente guerra commerciale e una concorrenza esasperata tra nazioni per esportare più del vicino; un inevitabile rallentamento del gigante asiatico, dopo anni di crescita in doppia cifra. Sono diverse le spiegazioni che si leggono negli ultimi giorni, dopo il crollo delle Borse cinesi e il conseguente contagio ai principali mercati finanziari. Diverse spiegazioni che contengono sicuramente elementi di verità, ma che trascurano probabilmente l’aspetto determinante. Le Borse cinesi venivano da tre anni consecutivi di rialzi praticamente senza interruzione. Più che rialzi, anni di esplosione irrefrenabile. Per quella di Shenzen parliamo di circa + 150% in 12 mesi, poco meno per quella di Shanghai.

Era davvero così imprevedibile pensare che un tale aumento fosse insostenibile, che si trattasse di una bolla? E’ davvero possibile oggi sorprendersi per un repentino crollo di fronte all’ennesima, evidente manifestazione del (mal)funzionamento della finanza? E’ possibile imputare tale scoppio a una crescita che potrebbe fermarsi al 6 o 7% del PIL invece dell’8% previsto? Il problema è in un 1% in meno di PIL o nel 150% in più di valore degli attivi finanziari?

Per capire cosa stia succedendo in Cina, si può tornare indietro di qualche anno. Il Paese ha intrapreso una profonda trasformazione della propria economia, cercando di passare dall’essere la “fabbrica del mondo” con una produzione prevalentemente orientata all’export, a un sistema maggiormente rivolto ai consumi e alla domanda interna. Una trasformazione che ha subito una forte accelerazione dopo lo scoppio della bolla dei subprime nel 2007, quando le esportazioni hanno subito un brusco rallentamento a seguito della crisi delle principali potenze occidentali.

Per rilanciare la domanda interna il governo ha messo in piedi enormi investimenti in infrastrutture, mentre in parallelo si assiste a un aumento degli stipendi e quindi del potere d’acquisto. Prima ancora, però, è stato chiuso un occhio – se non incentivato – il ricorso all’indebitamento da parte dei privati. Sia quello bancario, sia soprattutto tramite canali informali e paralleli, una sorta di sistema finanziario ombra fatto di prestiti personali, di società più o meno autorizzate dai trust ai fondi strutturati ai più diversi canali. La speranza era di sostenere la crescita tramite una domanda interna fondata sull’indebitamento.

Il problema di fondo è però che sempre più persone sono ricorse a tali strumenti non per finanziare i propri consumi o l’acquisto della casa, ma per acquistare azioni e titoli finanziari, attratte dagli aumenti degli indici di Borsa. L’arrivo massiccio di capitali spingeva al rialzo i titoli, il che attirava nuovi investitori, spingendo ulteriormente al rialzo i titoli, in una spirale che si auto-alimenta. Un numero incredibile di persone si sono lanciate in questa apparente corsa all’oro. Secondo un articolo di luglio del New York Times, c’erano 112 milioni di conti aperti alla Borsa di Shanghai e 142 a quella di Shenzen. Circa 20 milioni di nuove posizioni sono state aperte nella sola primavera del 2015. In massima parte, parliamo di piccoli risparmiatori totalmente a digiuno di finanza, e che si sono lanciati non solo impiegando i propri risparmi, ma spesso indebitandosi.

Capitali a cui si sono sommati quelli in arrivo dall’Europa, dagli USA e dagli investitori di tutto il mondo, attratti dall’Eldorado delle Borse cinesi a fronte di un ristagno dell’economia in patria. In altre parole, l’ennesima bolla che testimonia l’intrinseca instabilità della finanza. Alla base della teoria dei mercati efficienti che domina l’attuale visione economica, c’è il fatto che domanda e offerta formano il prezzo, e il libero mercato ha quindi un meccanismo per l’appunto incredibilmente efficiente di auto-regolamentazione: se aumenta la domanda di un prodotto tende ad aumentare il prezzo, ma questo porta a una diminuzione della domanda, e quindi a un nuovo equilibrio. Peccato che il mercato più centrale e importante del capitalismo moderno, il mercato dei soldi, ovvero la finanza, funzioni in maniera diametralmente opposta: la domanda di un titolo ne fa salire il prezzo, e questo, all’opposto della teoria dei mercati efficienti, porta a un ulteriore aumento della domanda, il che spinge al rialzo il prezzo, e così via, fino all’inevitabile formazione di una bolla.

All’inizio dell’estate gran parte delle quotazioni azionarie era al di fuori di qualsiasi fondamentale economico. Uno dei principali indicatori del valore di un’azione è il rapporto P/E (Price / Earnings). Semplificando, il rapporto tra la quotazione di un titolo e gli utili che genera. Si stima solitamente che un valore “corretto” del P/E sia intorno a 15 (chiaramente il dato dipende da diversi fattori). A fine giugno il valore medio a Wall Street era 21,2, quello sulle Borse cinesi un incredibile 85. Eppure sempre più persone continuavano a comprare, fino a che la bolla, come sempre avviene, non è scoppiata.

Ci si può adesso interrogare sui motivi, ma probabilmente poco importa sapere quale sia stato il classico battito d’ali di farfalla che ha scatenato la tempesta, se una mossa sbagliata di una banca centrale, una stima leggermente rivista al ribasso di crescita del PIL o altro. Semmai nel dibattito attuale colpisce vedere come molti riescano a dare le responsabilità del panico che ha colpito i mercati di tutto il mondo all’incapacità del governo cinese di porre un freno al crollo delle Borse. Spesso gli stessi che invocano l’efficienza del libero mercato finché le cose vanno bene sono poi in prima fila per implorare il sostegno pubblico quando il giocattolo si rompe.

Difficile invocare l’aiuto del pubblico solo per raccogliere i cocci. Difficile imputare la situazione attuale a questioni monetarie o commerciali, che sono al più la scintilla che ha scatenato l’incendio. L’incendio, per l’ennesima volta, è una finanza ipertrofica, autoreferenziale e intrinsecamente instabile. Ma se non si parte da questa evidenza, la bolla cinese sarà unicamente l’ennesimo – ma non l’ultimo – episodio di una lunghissima serie.

di Andrea Baranes, tratto da Sbilanciamoci.info