
Partendo dall’Opinion Paper “Why the Digital Product Passport is (also) a public procurement story” pubblicato pochi giorni fa dal Fair Trade Advocacy Office (FTAO) e da altri 3 successivi recenti comunicati in materia di Public Procurement, è interessante ragionare sull’importanza degli acquisiti pubblici come strumento concreto per una società più equa, nel quadro generale di altre riforme europee che, sebbene ciascuna abbia un focus specifico, solo se attuate tutte insieme ed in modo coerente, possono effettivamente essere in grado di mettere in pratica i criteri di sostenibilità.
FTAO, in particolare, nel documento pubblicato analizza l’intersezione tra il nuovo Regolamento sugli appalti pubblici (Public Procurement Act, in discussione proprio in queste settimane), i criteri di appalto “green” (GPP) per il settore tessile e il Passaporto Digitale dei Prodotti (DPP). Gli acquisti pubblici in Europa incidono per il 14% del PIL annuale e rappresentano, quindi, una leva fondamentale per guidare il mercato verso la sostenibilità e la trasparenza (non solo cibo, ma anche ad esempio divise, abbigliamento da lavoro e sanitario, ecc.). Nonostante i volumi elevati, la scelta dei fornitori – in special modo negli appalti tessili – è ancora dominata dal criterio del prezzo più basso, favorendo spesso prodotti che non garantiscono standard sociali o tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Le normative, tuttavia, non sono ancora armonizzate fra loro, con il rischio di lasciare inutilizzata una delle leve più dirette di cui dispone l’UE proprio per il settore dell’abbigliamento.
In parole povere, la riforma della legge sugli appalti pubblici, i criteri di appalti pubblici verdi per i tessili nell’ambito dell’ESPR (Regolamento europeo sulla sostenibilità degli appalti pubblici), accompagnati dallo sviluppo dei DPP, sono tre tasselli dello stesso puzzle. Il primo stabilisce l’obbligo giuridico di acquistare in modo più sostenibile, il secondo definisce i criteri specifici per i prodotti tessili e il terzo fornisce le prove concrete che rendono tale obbligo verificabile nella pratica. Tutti e tre questi elementi procederanno in parallelo nei prossimi mesi e nessuno di essi funzionerà correttamente senza gli altri.

La revisione delle norme dell’UE in materia di appalti pubblici: un’occasione per garantire equità
Sulla riforma in corso delle norme UE in materia di appalti pubblici, il rischio è quello di un’opportunità non pienamente sfruttata. Alcune raccomandazioni FTAO sono state recepite, ma diverse previsioni fondamentali sono state indebolite, rese discrezionali o omesse.
In questi anni è stato dimostrato che la sostenibilità è praticabile: in Francia, città come Parigi, Nizza e Bordeaux hanno inserito nei bandi di mensa pubblica criteri di equa remunerazione e prodotti del Commercio Equo e Solidale; in Italia, i Criteri Ambientali Minimi (CAM) obbligatori hanno favorito l’adozione di criteri verdi. Le mense pubbliche servono ogni giorno fino a 85 milioni di pasti, dimostrando che sostenibilità ed equità possono essere integrate negli acquisti senza aumentare i costi.
Persistono tuttavia ostacoli, tra cui incertezza giuridica, pressioni di bilancio, capacità limitate e scarsa consapevolezza. Rafforzare formazione e capacità delle autorità pubbliche sarà essenziale. Anche i consumatori e le consumatrici mostrano una crescente attenzione all’impatto sociale e ambientale degli acquisti e al valore del Commercio Equo e Solidale.
La nuova norma proposta dalla Commissione UE presenta ancora forti limiti. Sebbene riconosca maggiormente il Commercio Equo e Solidale, non rende la sostenibilità un requisito vincolante degli appalti pubblici. Il rispetto dei diritti ambientali e sociali deve diventare un requisito centrale e obbligatorio, superando approcci volontari. La revisione rappresenta un’opportunità per orientare l’economia europea verso obiettivi ambientali e sociali più ambiziosi. Il Commercio Equo e Solidale offre un quadro concreto, dal settore alimentare a tessile, abbigliamento da lavoro ed elettronica.
“La direzione intrapresa è quella giusta, ma la struttura non è ancora equilibrata. Il fatto che nel testo si faccia riferimento a una remunerazione equa per gli agricoltori rappresenta un vero progresso, ma è ancora inquadrata come un elemento che un acquirente pubblico può prendere in considerazione, non come un obbligo. Considerando che gli appalti pubblici rappresentano il 15% dell’economia dell’UE, non possiamo permetterci che l’equità dipenda dal funzionario che, per caso, legge le clausole scritte in piccolo. Se l’UE vuole davvero garantire catene di approvvigionamento eque e sostenibili, questa deve essere una garanzia, non un’opzione”: facciamo nostra la dichiarazione di Paola Plaku, responsabile senior per le politiche e i progetti presso il Fair Trade Advocacy Office (FTAO), poiché l’equità nei confronti di chi lavora e il rispetto per l’ambiente devono avere lo stesso peso operativo delle ambizioni di semplificazione e competitività.
Leggi le pubblicazioni FTAO sui Public Procurement (in inglese)