Cosa non sappiamo dei rifugiati siriani in Libano

Dialogo con Sheikh Abdou – la realtà dei profughi siriani e la proposta di Operazione Colomba per un rientro sicuro in Siria.

Equo Garantito ha deciso di dedicare in modo simbolico, la Giornata Mondiale del Commercio Equo 2018 al conflitto siriano, aderendo all’appello di Operazione Colomba “Noi Siriani”.

Venerdì 11 maggio, gli operatori di Operazione Colomba erano a Milano per concludere il giro di Sheikh Abdou in Europa. Sheikh è un rifugiato siriano in Libano e l’organizzazione italiana sta lavorando sul campo per supportare i profughi siriani da alcuni anni. La situazione dei profughi siriani in Libano è drammatica a quanto ci dicono Maria (Operazione Colomba) e Sheikh. Non ci sono possibilità di vivere una vita dignitosa ne di costruire nuove possibilità o di poter tornare in Siria in un luogo sicuro.

Li abbiamo incontrati alla fine di un’interessante conferenza all’Università Cattolica di Milano che li sta supportando e abbiamo approfittato per fare loro qualche domanda per aggiornare i nostri soci e tutti coloro che sono interessati a sapere di più sul conflitto siriano.

Ci aiuta a capire e raccontare la situazione dei profughi siriani in Libano anche la nostra Alessandra Governa, della Coop. Zucchero Amaro con cui abbiamo parlato di migranti e rifugiati già in passato.

QUI tutta l’intervista a Sheikh e la testimonianza diretta di Alessandra.

Grazie a Maria, Sheikh e Alessandra e buona lettura.


Intervista a Sheikh Abdou e Maria di Operazione Colomba

Diamo due informazioni sulla presenza di Operazione Colomba in Libano:

Presenza nel paese: dal 2013/2014 è iniziata una presenza fissa nel villaggio di Tel Abbas e in uno dei campi profughi ad esso adiacenti.

Tel Abbas è un villaggio con circa 3000 abitanti di cui 2000 cristiani ortodossi e 1000 musulmani sunniti. Negli ultimi due anni si sono aggiunti 2000 siriani musulmani sunniti. Questo villaggio si trova a nord del Libano, in una delle regioni più povere e con il maggior numero di profughi, a soli 5 km dal confine con la Siria.

Gli obiettivi del progetto di Operazione Colomba nel paese di Tel Abbas e nel vicino campo profughi sono:

  • Stare accanto ai profughi e, ove possibile, aiutarli nelle necessità più immediate e concrete;
  • Abbassare la tensione e favorire il dialogo tra siriani e libanesi per una migliore convivenza e perché si creino legami di solidarietà;
  • Trovare alternative valide all’attuale situazione dei profughi siriani;
  • Promuovere vie di risoluzione al conflitto efficaci e condivise;
  • Mantenersi costantemente aggiornati sugli sviluppi della situazione siriana, attraverso informazioni affidabili apprese dalle persone direttamente coinvolte nel conflitto;
  • Qualora si ripristinassero le condizioni minime di sicurezza, tentare un viaggio esplorativo in Siria per valutare un’eventuale presenza.

Maria è volontaria operatrice di Operazione Colomba e ha vissuto 1 anno in Libano e 2 anni in Palestina e mentre Sheikh termina di salutare tutti gli ospiti che sono venuti a salutarlo, le chiedo di raccontarmi meglio la vita dei profughi siriani in Libano.

Il Libano non ha firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati e quindi, ci dice Maria, “i profughi non sono profughi, sono riconosciuti come illegali, non viene riconosciuto loro lo status di profugo in quanto scappano da una guerra e le loro case sono state distrutte. Da ciò deriva che non possono avere documenti in regola e questo crea moltissimi problemi per la loro vita quotidiana. La sicurezza in primis, appena escono dal campo, che non è un campo attrezzato o in cui le ong operano, ci sono numerosi check point in cui vengono fermati e spesso arrestati perché non hanno documenti in regola. Ad oggi la situazione è che il 60% dei detenuti libanesi sono siriani e il 90% di questi siriani è in carcere per questo problema di assenza di documenti.”.

La verità è che i campi profughi sono accampamenti che i siriani devono affittare privatamente e poi attrezzano con tende e poco altro. Non sono campi ufficiali come quelli dell’UNHCR ad esempio. Poche ong lavorano dando alcuni servizi tra cui quelli sanitari. La sanità è a pagamento alcune organizzazioni pagano alcune cure, ma l’accesso alla sanità è impossibile e senza documenti non possono lavorare. Quindi molti di essi lavorano in nero e non hanno nessuna garanzia di essere pagati e ci sono molti casi di schiavitù.

Maria ci da uno spaccato di una situazione davvero difficile.

Le chiediamo informazioni sulle scuole, l’educazione, a quali servizi possono accedere i bambini?

In generale, conferma, non c’è accesso alla scuola. Da un anno grazie ad una donazione del Regno Unito i bambini  possono accedere alle scuole siriane con due turni il pomeriggio.

Ora che Sheikh è pronto gli chiedo per prima cosa com’è andata la missione in Europa e in Italia, che cosa si aspettava da questi incontri e cosa pensa si sia ottenuto.

La prima cosa che ci dice è che pensare questa missione in Europa è stata una sfida poiché si è scelto di invitare un profugo siriano in Libano che visita l’Europa ma che poi torna in Libano nel campo e non qualcuno che rimane qui, poiché spesso quando i profughi lasciano il Libano succede che effettivamente si perdono molti contatti con chi ancora abita nei campi o in Siria stessa. Molti che sono arrivati con i corridoi umanitari non sono molto in contatto con la realtà del Libano.

Operazione Colomba è l’associazione con cui lavorano meglio poiché vive, ed è presente sul campo in Libano e sa come vanno le cose realmente. E’ difficile raccontare la realtà della vita nel campo.

Operazione Colomba e Sheikh hanno incontrato diverse personalità europee,  tra cui in particolare Staffan De Mistura Inviato speciale del segretario generale dell’ONU per la Siria, e in tutti i posti in cui sono stati, hanno portato la voce dei profughi siriani in Libano. Una voce che si sente poco, tutti sono impegnati a parlare di profughi senza mai chiamarli in causa è questa anche la realtà dei nostri media.

L’importanza di questi incontri, conferma Sheikh è proprio il riuscire a dare voce a chi non ne ha e  far conoscere le realtà che vivono i profughi della guerra in Siria in Libano.

Continuiamo la nostra chiacchierata e gli chiedo da dove è venuta la proposta dell’Appello “Noi Siriani”. Sheikh ci dice che insieme ad Operazione Colomba si è iniziato a pensare a quali fossero i principali problemi dei profughi e a quali potevano essere i modi per migliorare la loro situazione e allo stesso tempo proporre una soluzione per il rientro sicuro in Siria.

Nel campo, continua Sheikh, la mancanza di sicurezza, di salute di accesso all’educazione e al lavoro rendono la vita impossibile ma non possono andarsene ne in Europa ne tornare in Siria in una situazione così instabile. Il governo libanese a quanto ci conferma,  non è più in grado di supportare i profughi e anche le ong non hanno molti fondi disponibili per gli aiuti. La soluzione quindi che abbiamo trovato è quella proposta nel nostro appello.

Gli chiedo allora se davvero non c’è soluzione o qual è l’unica soluzione possibile che lui vede.

La soluzione per i profughi è che se vadano dal Libano poiché li non ci sono prospettive, afferma Sheikh. Non è questa l’unica proposta possibile, conferma anche Maria che sta traducendo da ormai 4 giorni l’arabo di Sheikh ma sempre con il sorriso. La proposta dell’appello è quello che essi speriamo verrà fatto, una zona neutrale per poter tornare in Siria e lasciare il Libano. L’auspicio e di non rimanere in Libano a lungo.

Ci sono moltissime vittime nei campi, che hanno perso la vita per mancanza di igiene, per incidenti sul lavoro o per la mancanza di sicurezza in particolare i bambini.

La volontà è quindi quella di migliorare la situazione oppure di cambiare per non morire anche in Libano.

Quello che chiede Sheikh è che i profughi possano tornare in Siria non sotto il regime ma sotto una forma di riconoscimento internazionale diversa, come ad esempio quella della Comunità di San Jose de Aparthado in Colombia. Non vogliono tornare in Siria e dover andare in carcere perché non si vogliono arruolare e prendere parte al conflitto e questa è la proposta dell’Appello. Vogliono tornare in dignità in sicurezza e nel rispetto dei diritti umani.

L’adesione di Equo Garantito all’appello ha lo scopo di promuovere la proposta di pace per il rientro in Siria tra tutti i nostri soci e contatti e chiedo a Sheikh cosa pensa sia necessario dire e comunicare ai potenziali interessati a sostenere questa proposta.

Sheikh sorride e conferma che non ha più molta fiducia nella politica, ma è molto importante diffondere e far crescere la proposta. Il messaggio è che in Libano ci sono un milione e mezzo di profughi siriani ma queste persone non sono numeri ma essere umani e chiedono il supporto nella proposta per garantire loro la sicurezza.

Anche rispetto alla solidarietà della società civile, gli chiedo se pensa che si debba fare di più poiché le cose molto spesso si cambiano partendo dalla base. Mi conferma che la base e la società civile sono fondamentali, quindi ci chiede di mobilitarci in maniera forte e cercare di creare una rete di persone e associazioni che possano lavorare per questo.

A Taizè hanno incontrato moltissime persone e se anche uno solo parla della situazione dei profughi, sarà importante. Il messaggio finale che  ci lascia Sheikh è che non dobbiamo lasciare che le armi e la politica fermino la pace. I siriani in Siria sotto la guerra hanno bisogno di sentire la presenza della società civile internazionale di giovani, aperti informati e aperti all’altro.

Ci salutiamo, ora li aspetta l’incontro con il consiglio comunale e poi il rientro. Speriamo di rivederci presto con notizie migliori.

Alla proposta “Noi siriani” hanno aderito molti soci di Equo Garantito e il lavoro su come promuovere l’Appello e capire come sostenere la campagna è appena iniziato.

Aggiungiamo a questa intervista, la testimonianza di Alessandra Governa, storica volontaria della Coop. Zucchero Amaro di Chiavari, che ha avuto l’opportunità di andare in Libano e visitare di persona il campo di Tel Abbas e che ci racconta qualche dettaglio in più sulla situazione dei profughi siriani in Libano.

I siriani il Libano – cosa non sappiamo di chi scappa dalla Siria e come possiamo sostenerli.

Trascorrere il 12 maggio – giornata del Commercio Equo – in Libano è di per sé una stranezza. Trascorrerla proprio al campo di TelAbbas dove è forte e costante ormai da anni la presenza dei volontari di Operazione Colomba è un privilegio.

Non ero, come spesso mi è capitato, in viaggio “per il Commercio Equo e Solidale”, a visitare uno dei tanti produttori con i quali le organizzazioni italiane si rapportano commercialmente, ma proprio per una ricerca legata alla situazione dei profughi siriani nel paese. Il progetto si chiama “Fragile Mosaico” ed è promosso da Melting Pot l’Associazione Ya Basta Êdî Bese, Borders of Borders e IndieWatch.

Molte delle cose che vorrei raccontarvi, le avete già lette nelle parole di Sheikh. C’è però una frase che mi risuona da giorni in mente e che davvero ci fa capire cosa vuol dire essere siriano oggi in terra libanese.

Vogliono che moriamo in silenzio. Oltre un milione di persone, scappate dalla guerra, non possono stare in Libano e non possono tornare a casa. Sono le persone che per tanti motivi (ora la ragione è prettamente economica) non si sono allontanate dalla regione, convinte che la guerra sarebbe durata poco. Sono persone che avevano già legami, lavorativi o parentali e che ora si trovano intrappolati.

Il Libano non li vuole, per molte ragioni diverse. Da una parte c’è l’impossibilità di accogliere e gestire un numero così alto di persone per un paese che è grosso come l’Abruzzo e che ha esso stesso un’economia fragile e in difficoltà. Dall’altra ci sono paure più o meno fondate come la paura che si riproponga ciò che negli anni è successo con i Palestinesi (riconosciuti rifugiati sotto mandato dell’ONU) o la paura che una componente così forte di persone con una determinata appartenenza politico – religiosa metta in crisi gli equilibri del paese. E poi sentimenti di rivalsa, se non di odio, verso una popolazione che storicamente è sempre stata considerata nemica e ostile.

La politica del “no camp” libanese si tramuta per un’esistenza al limite della resistenza per uomini, donne e bambini già provati dalla violenza subita a casa.

La gran parte di loro vive in affitto nelle città, in garage, sottoscala, stanze in palazzi in costruzione o non più ricostruiti, non ha documenti, non ha diritti (alla proprietà, al movimento, alla salute, all’educazione, alla casa) e può lavorare – ovviamente in nero – solo nel settore agricolo, delle costruzioni o dell’ambiente.

Molti di loro vivono però in campi informali, pagando l’affitto al proprietario del terreno su cui hanno costruito la tenda (come succede a TelAbbass). Molti di loro per paura di essere fermati ai check point ed essere trattenuti per la mancanza di documenti, non escono praticamente mai dai campi.

Tutto questo dura dall’inizio della guerra. Ci sono bambini nati nei campi. Ci sono bambini che hanno visto la loro casa ad Aleppo distrutta e ora hanno solo una tenda.

Nonostante ormai da più parti si cominci a parlare della Siria come di un luogo sicuro in cui tornare, almeno in alcune zone, questo non è vero. Non è vero da un punto di vista logistico e pratico, ma nemmeno da un punto di vista della sicurezza personale: chi è scappato spesso è considerato un ribelle per cui rischia trattamenti disumani e degradanti o l’arruolamento obbligatorio nell’esercito.

Un girone infernale senza fine. Siamo abbandonati da tutti, vogliono che moriamo in silenzio.

Cosa fare?

  • Pressare affinché il governo libanese riconosca i diritti umani e conceda il permesso a vivere dignitosamente sul suo territorio e sostenere in modo lungimirante con strumenti di cooperazione, economici, politici gli eventuali sforzi del governo libanese in questo senso
  • Fare pressione affinché i canali legali e sicuri di redistribuzione dei profughi siriani attualmente in Libano in altri paesi promossi dalle organizzazioni internazionali (UNHCR con il resettlement ad esempio) o nazionali (i corridoi umanitari di Mediterranean Hope, progetto delle Chiese Valdesi, FCEI e Comunità di Sant’Egidio) abbiano riconoscimento e ampliamento. Ad oggi sono l’unica via di uscita per i siriani.
  • Sostenere Operazione Colomba in tutti i modi che il progetto stesso ci indica.
  • Non dimenticare una delle basi del Commercio Equo e Solidale: dietro a ogni cosa, c’è una persona con una storia. Raccontare la storia è di per sé già un atto umano di resistenza.

Per info: www.operazionecolomba.it

Lo sviluppo sostenibile ha il suo Festival e ci siamo anche noi – 22 maggio/7 giugno

Manca 1 settimana al Festival dello Sviluppo Sostenibile! Un futuro all’insegna dello sviluppo sostenibile è l’unico futuro possibile: non possiamo continuare a seguire un modello di crescita che distrugge l’ambiente e aumenta le disuguaglianze sociali ed economiche. E perché limitarsi a raccontare ciò che stiamo facendo per lo sviluppo sostenibile quando possiamo dimostrarlo concretamente e discuterne con centinaia di persone?

Equo Garantito partecipa agli eventi e appuntamenti del Festival in programma dal 22 maggio al 7 giugno, organizzato da ASVIS – l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

QUI il link al Festival e a tutti gli appuntamenti.

Equo Garantito partecipa ai gruppi 11 e 12 e in particolare è co-organizzatore dell’evento del Gruppo 12 su Produzione e consumo responsabile. L’evento in programma a Taranto il 29 maggio ha un programma molto interessante e denso e tra i relatori anche il nostro Giorgio Dal Fiume.

Evento Nazionale del Goal 12 di ASviS

Nuovi modelli di Finanza, Produzione e Consumo Responsabile in Italia

Taranto, Camera di Commercio, Viale Virgilio 152
Agorà della Cittadella delle imprese
29 maggio 2018, ore 9.30 – 13.30

QUI il programma e QUI il link per iscriversi e partecipare.

Grazie alla collaborazione del gruppo di lavoro, verrà presentato il position paper per esplicitare proposte e modelli di lavoro da realizzare concretamente nei territori per concorrere allo sviluppo in chiave sostenibile, con focus su consumo, produzione e finanza responsabile. Il lavoro è stato davvero importante e solo grazie alla partecipazione attiva di così tante realtà che hanno contribuito con la propria expertise è stato possibile realizzare un prodotto così completo e denso di contenuti. Tra i partecipanti al gruppo:

AISEC, Economia Circolare Accademia dei Georgofili, Ancc Coop, Aiquav – Associazione Italiana per gli studi sulla Qualità della Vita, ASK – Art, Science and Knowledge Centro Studi “G.Lazzati”- pagina ufficiale Consumers’ Forum, Enel Foundation, Equo Garantito, Febaf Fondazione Eni Enrico Mattei, EconomiAscuola – Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, Fondazione Economia Tor Vergata, Fondazione Sodalitas, Forum finanza sostenibile, GBS Gruppo bilancio sociale, Impronta Etica, Istituto Affari Internazionali – IAI, ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA, Legacoop Nazionale, Planet Life Economy Foundation, Politecnico di Bari, Stati generali dell’innovazione, UIL Nazionale, VIU – Venice International University WWF Italia.

Vi aspettiamo e per informazioni: web@equogarantito.org

 

Aiutare persone in difficoltà non è un crimine, è un dovere.

Come movimento italiano del Commercio Equo e Solidale esprimiamo la nostra solidarietà agli uomini e alle donne che ogni giorno, in diverse situazioni e in condizioni spesso critiche, salvano la vita di persone che fuggono da luoghi in cui sono vittime di povertà, di guerra, di persecuzioni.

Dopo mesi in cui una parte della politica e di alcuni media ha cercato di screditare l’operato delle organizzazioni non governative e delle associazioni che da anni si occupano di aiutare rifugiati e migranti in mare, nel nostro paese e in tutta Europa, ribadiamo ancora una volta che siamo indignati di fronte al caso della guida alpina francese che soccorre una donna all’ottavo mese di gravidanza portandola in ospedale ed ora rischia 5 anni di carcere*.

Siamo indignati dal caso della nave spagnola Open Arms che ha soccorso 117 migranti rifiutandosi di consegnarli ad una motovedetta libica che li inseguiva armati ed i cui operatori ora sono indagati per Associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina.

La solidarietà non è un reato – non esiste nessun reato di solidarietà. In nessun modo un individuo o un gruppo di persone di una organizzazione, che si riuniscono per soccorrere persone in pericolo dovrebbero essere accusate di “associazione a delinquere”.

Come movimento italiano del Commercio Equo e Solidale da più di 30 anni aiutiamo persone e organizzazioni a migliorare le condizioni di vita in Asia, Africa e America Latina, promuovendo condizioni di lavoro più umane ed un commercio improntato non allo sfruttamento ma all’equità. Affrontiamo le sfide poste da un sistema economico che esclude invece di includere chi ha meno possibilità e in questi anni il lavoro si è fatto più intenso anche in Italia per confermare l’impegno per uno sviluppo equo e dignitoso per tutti/e.

Siamo fieri di avere anche la parola Solidale nel nostro nome e continueremo ad operare nei contesti di povertà ed esclusione per promuovere opportunità di crescita e di un commercio che garantisca benessere per le comunità e per i lavoratori.

La solidarietà non è un crimine – come citano anche medici e infermieri della organizzazione Freedom Mountain – dopo il caso della guida alpina francese.

Ci associamo ai numerosi appelli di sostegno alle persone e alle organizzazioni impegnate oggi nel difficile compito di salvare vite umane e destini di donne e uomini che cresceranno e nasceranno in questa Europa.

Cresce la presenza femminile nelle posizioni dirigenziali delle organizzazioni del Fair Trade

Uno dei pilastri fondanti del Commercio Equo e Solidale è la non discriminazione e l’uguaglianza di genere. Il nostro sesto principio richiede che nelle organizzazioni di Commercio Equo e lungo tutta la filiera produttiva, ci siano politiche che rispettino e promuovano la parità di genere e garantiscano parità dei salari e delle condizioni di lavoro.

Le organizzazioni di Commercio Equo a livello internazionale favoriscono questi processi attraverso capacity building e formazione per le donne e per i lavoratori.

E’ importante mantenere un’attenzione costante sul tema dell’ uguaglianza di genere e del rispetto dei diritti delle donne anche sul lavoro, poiché le situazioni di discriminazione sono ancora molto diffuse. Nonostante questo, come movimento del Commercio Equo possiamo ritenerci “parzialmente”soddisfatti.
Un recente studio di WFTO su 110 organizzazioni membri, ha rivelato che il 51% delle posizioni nei board/direzioni sono occupate da donne e il 52% dei direttori sono donne e il 54% delle posizioni dirigenziali sono ancora ricoperte da donne. 

 

fonte – WFTO 2018

 

Non basta questo a farci pensare che possiamo considerarci “bravi” e dare un considerevole apporto al raggiungimento di alcuni degli obiettivi posti anche dalla nuova Agenda 2030. Ciò che ci spinge a continuare a perseguire questa strada è la voce delle donne che ogni giorno lavorano nelle organizzazioni di Commercio Equo e ne traggono beneficio per se stesse e per le proprie realtà dando reali opportunità di crescita anche alle comunità in cui vivono.

Vi invitiamo a leggere le storie di alcune delle operatrici delle organizzazioni produttrici in diverse aree del mondo in cui lavoriamo, raccolte da WFTO – organizzazione mondiale del commercio equo.

QUI il video della campagna #GenderEqualityNow #PressForProgress promossa da WFTO.

QUI il link alla campagna. QUI una delle storie di una delle produttrici.

Ma cosa fare per supportare la crescita delle competenze e del’imprenditorialità femminile?:

  • diventa un/a consumatore/trice di prodotti di Commercio Equo, molti dei prodotti che trovi sui siti dei nostri soci e importatori sono prodotti da donne;
  • se sei un imprenditore o un’imprenditrice scegli materie prime del Commercio Equo e Solidale guardando tra quelle proposte dai nostri soci, importatori e produttori
  • racconta le storie delle donne nella tua impresa e condividi le storie di successo delle donne nel Commercio Equo con la campagna
  • #GenderEqualityNow  #PressForPorgress

Per informazioni sui prodotti e produttori web@equogarantito.org.

Dopo i fatti di Macerata chiediamo più impegno alla politica sull’immigrazione

La nostra Associazione si è interrogata sui recenti sviluppi derivanti dai fatti di Macerata, non solo perché molto gravi in sé, ma soprattutto perché continuano a segnare una corsa in discesa, lungo la pericolosa china del razzismo.

Ciò che fa riflettere non è tanto la decisione di uno “squilibrato” di voler colpire (anche a morte) tutte le persone di colore che incontrava, quanto piuttosto la motivazione addotta («volevo fare qualcosa contro l’immigrazione: va stroncata»); così pare che abbia detto ai magistrati) e il consenso che tale azione ha riscosso nella comunità locale e nella società prima ancora che nella politica.

Il segretario della Lega, Salvini, dice che una immigrazione incontrollata porta allo scontro sociale[1].

In realtà, sappiamo che certamente l’immigrazione incontrollata può creare problemi, ma il vero problema risiede nell’accoglienza volutamente mal organizzata o apertamente contrastata oltre che l’assenza di strategie di cooperazione reale.

Quello che ci sembra, è che l’attuale scontro sociale, sia acutizzato da una politica che continua rifiutare il proprio ruolo educativo nei confronti della società, che usa un linguaggio di odio e non valorizza lo sforzo che molti italiani stanno facendo a livello locale per offrire una speranza a coloro che in un modo o nell’altro riescono ad arrivare nel nostro paese alle porte dell’Europa.

Alla convivenza con il diverso ci si educa, non si nasce imparati. Se la politica si assume il ruolo di alimentare le paure, anziché di smascherarle e di promuovere prassi sociali virtuose che possano disinnescare i conflitti latenti, non possiamo attenderci un esito diverso dall’imbarbarimento sociale.

Se il mondo del Commercio Equo ha un merito, questo è certamente il lavorare per gestire e ridurre conflitti tra soggetti portatori di interessi diversi e spesso appartenenti a mondi tra loro lontani; e ciò attraverso una incessante, quotidiana e spesso silenziosa opera di educazione delle persone.

In questa occasione vogliamo far sentire la nostra voce, senza urlare, ma in modo fermo, ribadire che l’evidente aumento della violenza razzista ed anti-immigrati è in piena contraddizione con i valori portati avanti dal Commercio Equo. Perché le nostre Botteghe del Mondo sono anche dei luoghi di promozione culturale e in molte situazioni laboratori di accoglienza e formazione.

Il Commercio Equo è costruito su relazioni tra persone, anche diverse: è questo il nostro impegno quotidiano.

Vorremmo che le prossime elezioni fossero una buona occasione e vi invitiamo a chiedere espressamente ai politici del vostro territorio,  l’impegno sulla questione immigrazione e diversità. Diamo spazio a quei candidati che pensano che la diversità sia una ricchezza e che alla buona convivenza ci si educa. Mettiamo al bando dagli eventi elettorali tutti coloro che cominciano il discorso dicendo «Io non sono razzista, ma …».

Il Consiglio Direttivo di Equo Garantito

[1] http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/sparatoria-macerata-salvini-l-invasione-migranti-porta-scontro-sociale-1e043e02-08e7-11e8-8b93-b872f63dbb4d.shtml

Nasce il Fondo per il Commercio Equo e Solidale – ma aspettiamo la Legge

Finalmente una buonissima notizia per il movimento del Commercio Equo e Solidale.

Dopo una lunga nottata di discussione sulla legge finanziaria, è stata approvata in Commissione Bilancio alla Camera l’istituzione di un fondo per il Commercio Equo e Solidale di un milione di euro a partire dall’anno 2018 e l’inserimento di meccanismi incentivanti per le imprese che partecipano a gare d’appalto pubbliche per la fornitura di servizi delle pubbliche amministrazioni.

Qui il link al comunicato stampa congiunto delle associazioni del movimento del Commercio Equo e Solidale italiano: Equo Garantito Fairtrade Italia e Associazione Botteghe del Mondo.

Siamo molto soddisfatti ma sappiamo che questo è solo un primo passo  verso la completa approvazione della Legge sul Commercio Equo e Solidale.

– Comunicato Stampa – 

Roma, 20 dicembre – Una nottata di discussione sulla legge finanziaria che ha portato un nuovo ed importante risultato per il movimento del Commercio Equo e Solidale Italiano. Grazie alla proposta di alcuni parlamentari attenti alle istanze del Fair Trade (tra cui l’On.Chiara Scuvera e l’On. Simonetta Rubinato), è stata approvata in Commissione Bilancio alla Camera l’istituzione di un fondo per il Commercio Equo e Solidale di un milione di euro a partire dall’anno 2018 e l’inserimento di meccanismi incentivanti per le imprese che partecipano a gare d’appalto pubbliche per la fornitura di servizi delle pubbliche amministrazioni.

Un passo significativo, che avviene dopo più di un anno dall’approvazione alla Camera della Legge sul Commercio Equo e Solidale e che ancora attende di essere approvata in Senato. E pochi mesi dopo l’inserimento del Commercio Equo e Solidale tra le attività di interesse generale nella disciplina sul Terzo Settore e sull’Impresa Sociale.

L’obiettivo più rilevante – l’approvazione della Legge – sembra oggi molto difficile da raggiungere, considerando l’imminente scioglimento delle Camere. Per questo motivo, l’inserimento di questo emendamento all’interno della legge finanziaria riconoscerebbe, seppure parzialmente, l’importanza del Commercio Equo e Solidale a livello italiano.

Le tre organizzazioni che rappresentano il Commercio Equo italiano (Equo Garantito, Fairtrade Italia e Associazione Botteghe del Mondo) hanno recentemente promosso una campagna di coinvolgimento dei sindaci italiani: 105 amministratori di città piccole, medie e grandi si sono mobilitati per sollecitare il Parlamento e chiedere la chiusura dell’iter legislativo per l’approvazione della Legge.

In attesa dell’approvazione finale della legge finanziaria, speriamo davvero che questo sia un primo passo verso la completa approvazione della Legge sul Commercio Equo e Solidale, una gestazione che dura da oltre 10 anni e che, nonostante l’ampio consenso, ancora non riesce a vedere la luce.

Attendiamo fiduciosi gli esiti delle votazioni finali per poter capire come andrà avanti il percorso per il riconoscimento del Commercio Equo e Solidale nel nostro Paese.

Info – Cristina Sossan – cristinasossan@equogarantito.org

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Inizia l’anno con una buona lettura.

Assemblea WFTO a Delhi – intervista a Giorgio Dal Fiume che ci racconta com’è andata

Alla 14° assemblea mondiale del Commercio Equo e Solidale a Delhi, Giorgio dal Fiume, consigliere di Equo Garantito e collaboratore di Altromercato da vent’anni, chiude un importante percorso di rappresentanza del movimento italiano del Commercio Equo presso WFTO Europa – l’Organizzazione Mondiale del Commercio Equo e Solidale – durato oltre 10 anni, dei quali 7 come Presidente.

E’ rientrato da poco e per questo gli chiediamo di aggiornarci sui temi affrontati e raccontare che cosa è successo, con uno sguardo al futuro.

  1. Giorgio, raccontaci un po’che cosa è cambiato in questi 6 anni di presidente di WFTO, come è cresciuta l’organizzazione. Cosa sta portando avanti attualmente e infine è davvero così importante essere attivi e presenti, come movimento italiano all’interno di quello internazionale?

Forse è importante partire dall’ultimo aspetto. Il Commercio Equo è una comunità internazionale basata su regole e criteri e, in continua espansione. Per questo come primo aspetto dico che è utile partecipare per sapere cosa succede al di fuori del contesto italiano e sapere come vengono promosse e rispettate le regole comuni negli altri paesi. Inoltre, siamo parte del nostro sistema di autogoverno – solo la partecipazione diretta nella rete ci da modo di capire le campagne, le azioni  e le attività che riguardano il Commercio Equo a livello globale.

In sintesi, possiamo dire che siamo un movimento globale, che ha il suo Parlamento in WFTO, è all’interno di esso si decidono i criteri per essere riconosciuti come botteghe del mondo, le campagne e azioni internazionali, e prima di tutto i criteri per definire cosa è o non è Commercio Equo e Solidale.

Partecipare a WFTO significa far sentire la nostra voce e dare un contributo alla causa comune con il nostro punto di vista ed esperienza e chiaramente poter apprendere e capire meglio cos’è il Commercio Equo e Solidale a tutto tondo, conoscere meglio i produttori vedere come sono cambiati e come cambia il nostro lavoro col tempo.

Aggiungo, che l’Italia inoltre ha una grande tradizione di partecipazione internazionale portando una voce univoca, originale e anche battagliera rispetto alle proposte da fare e ai percorsi da costruire. Il presidente mondiale è un italiano e quello europeo lo è stato fino a pochi giorni fa.

Oggi WFTO è in una fase positiva, clima propositivo e aumento dei soci. Il nostro passato è stato un po’ problematico, abbiamo vissuto momenti di conflitto che non hanno giovato. Oggi invece si sta intraprendendo un percorso con un cambio di impostazione, riavvicinando i soci. E’ aumentato il numero di  soci di WFTO Europa e c’è una stabilità economica che è la base per continuare il lavoro. Sopra a tutto però c’è la realizzazione piena di un sistema di garanzia che è il passaggio più importante poiché riferito al lavoro quotidiano delle organizzazioni e la recentissima approvazione di una Carta Internazionale del Commercio Equo e Solidale. Tra le varie cose non dimentichiamo anche che negli ultimi anni si è dato sempre maggiore importanza al lavoro politico e di advocacy, che oggi facciamo insieme al nostro Fair Trade Advocacy Office a Bruxelles. Punto importante perché ci porta vicino ai luoghi decisionali che possiamo influenzare con le nostre proposte.

  1. Delhi, una tappa importante per il Commercio Equo poiché segna un cambiamento in termini di riconoscimento di produttori e paesi e quindi forse di allargamento della nostra rete. Raccontaci un po’ come si è arrivati alla proposta presentata a Delhi e cosa è stato deciso? Quali sono secondo te, gli aspetti positivi e anche i rischi di questa nuova fase, se così possiamo chiamarla.

Dobbiamo iniziare dall’inizio. 3 anni fa in Europa è nata l’esigenza di trattare il tema dei produttori del nord e in particolare in Italia ma non solo, poiché vi erano molti prodotti di produttori locali nelle botteghe. Esistevano situazioni diverse che non erano catalogate all’interno di nessuna cornice di criteri, ne di definizione comune. La situazione era molto eterogenea e variegata, per cui si è ritenuto necessario riflettere sul tema e dare delle risposte, come movimento globale, per normare la situazione.

I soci di WFTO si sono consultati a livello regionale, hanno ragionato sulle opportunità e sulla complementarietà piuttosto che sulle differenze. A Milano quindi nel 2015 durante la precedente Fair Trade Week, si è creato un gruppo di lavoro dentro WFTO globale che ha cercato di affrontare tutti gli aspetti e le sentire le varie parti.

Oggi la conclusione di WFTO globale, è che i produttori del nord possono entrare a far parte del nostro mondo poiché innanzi tutto non possono essere la geografia e i confini e determinare cosa è equo e solidale e cosa no. A Delhi, è stato emozionante vedere come, a livello quasi unanime, anche i produttori del Sud (o almeno chi è intervenuto a loro nome) si è dichiarato a favore dell’inserimento dei produttori del nord quali produttori ufficiali Fair Trade riconosciuti da WFTO. Le ragioni sono molte, ma la prima è che dopo sessant’anni di Commercio Equo mondiale, e con l’espansione geografica e di visibilità, non ha più senso che siano le frontiere a determinare se un prodotto è equo oppure no, la povertà crescente non è limitata solo al sud del mondo, e i rappresentanti del Sud del mondo sono sempre più presenti – gli immigrati – nei paesi del Nord. La priorità va data ai produttori del Sud, ma la questione è, oggi, pensare con quali criteri potranno essere inseriti i nuovi produttori. Ci sono alcune proposte ma tra queste ricordiamo che in linea di principio dovranno essere produttori marginalizzati o in aree svantaggiate e avere una motivazione alla base della richiesta di essere riconosciuto come produttori del Commercio Equo.

Quali rischi? Sinceramente credo che essi siano pochi. Il ragionamento sulla scelta è stato profondo e da parte di tutti i livelli regionali di WFTO, soprattutto nel sul del mondo. Prima di tutto l’aspetto positivo e lungimirante è che non si pensa più il Commercio Equo come qualcosa legato al mondo meno sviluppato, ma diventa la leva e lo strumento pratico con cui produrre e promuovere un’economia di giustizia ovunque e per sostenere le sfide socio economiche che esistono in tutti i continenti – dall’Europa all’Asia, dall’Africa al Sud America. Cambiamento che ci può far uscire da una nicchia e aprirci a quelle che sono le sfide sociali attuali. Un esempio su tutte è la questione migranti per noi italiani ed europei. Abbiamo un pezzo del mondo “in casa” e questo non vive molto bene soprattutto se pensiamo alle dinamiche di sfruttamento produttivo, ed è anche cambiato il nostro approccio solidaristico. Per questo, la nuova posizione di WFTO apre e ci da molte opportunità.

Rimanendo chiaro il fatto che i produttori del sud hanno la priorità, i produttori del nord dovranno dimostrare di rispettare i 10 criteri e partecipare alla nostra idea di economia, ma il valore aggiunto è l’ampliamento dei prodotti.

Tornando ai rischi, quello maggiore forse è quello della competitività tra prodotti locali e importati, ma anche su questo, lavorando in modo concreto e specifico si troveranno le regole comuni. Confido quindi che non ci sia contrapposizione ma una spinta all’innovazione. Inoltre questo ci da l’opportunità di essere sempre più sicuri rispetto alla provenienza dei prodotti locali che troviamo in bottega, creando anche reciproca influenza e il rispetto di regole comuni che garantiscono il consumatore sulla maggior parte dei prodotti che si trovano in bottega.

  1. I nostri partner – i produttori. La WFT Week è un momento sempre molto importante di aggregazione, confronto, discussione e conoscenza. Come sta andando il movimento del Commercio Equo in Asia e negli altri paesi e cosa ti ha maggiormente colpito di questa 14 esima assemblea, i momenti più belli?

Possiamo dire che il livello di dialogo e confronto sta aumentando sempre di più, come già detto poco fa, la crescita del movimento sta avvenendo proprio a livello di discussione interna.

L’autonomia dei vari continenti in WFTO spesso ha determinato eterogeneità, da molto tempo invece si è costruito un percorso omogeneo per il miglioramento delle strategie. Problemi ce ne sono e in particolare legati alla conoscenza e alla consapevolezza delle scelte e delle proposte e quindi alla partecipazione. Le dimensioni dei produttori sono molto diverse così come le provenienze, e le differenze in termini di partecipazione ci sono.

Per quanto riguarda lo sviluppo del movimento abbiamo come sempre una forte presenza e capacità organizzativa dei produttori dei paesi asiatici e latinoamericani, mentre sul continente africano si fa ancora un po’ di fatica. Si nota una differenza abbastanza netta nella partecipazione dei produttori di questo paese nelle assemblee e contesti partecipativi di WFTO. Contesto positivo ma con gap che vanno colmati. I momenti intensi sono stati molti, ma tra questi sono molto contento del fatto che durante l’assemblea il gruppo di lavoro sui Retailer standard e sulle botteghe del mondo, sia stato uno di quelli più partecipati. Un terzo delle persone era presente li. Interventi da tutti i continenti, ma che hanno convenuto sul tema dell’importanza di sostenere le botteghe del mondo.

Oltre a questo, chiaramente anche il voto assembleare che ha appoggiato la proposta di inserire i produttori del nord ha dimostrato l’unità e la visione di lungo periodo del movimento e la percezione comune dei partecipanti provenienti da tutto il mondo. Momento non scontato, ma sentito ed emozionante.

  1. Chiudi un percorso internazionale per ora, che però continua in Italia con Equo Garantito, che cosa pensi si potrà riportare di questa assemblea di Delhi e come è possibile continuare a migliorare il nostro lavoro nel Commercio Equo e Solidale anche a livello di singole organizzazioni?

Come detto, Equo Garantito ha una lunga tradizione di interesse alla dimensione internazionale, ed è consapevole che parte della propria visibilità e credibilità deriva dal livello internazionale del Commercio Equo. Per questo, sono certo che il nostro impegno continuerà anche con la l’avvenuta scadenza del mio mandato e io mi impegnerò a tal fine.

Sono molti i temi di quest’ultima assemblea che dovranno essere riportati e considerati in Equo Garantito; oltre alla questione dei produttori del Nord c’è la “riforma” della metodologia per calcolare i living wage, nonché il ruolo più formale e forte che si vorrebbe dare alle reti nazionali di Fair Trade. Credo però che il contributo più importante, da riportare nella dimensione locale sia quello di renderle globali e non più “provinciali” di evitare il permanere di una cultura localistica nel Commercio Equo – che è presente a macchia di leopardo nel nostro movimento – tale per cui ognuno dà la propria interpretazione del Fair Trade e di cose è una Bottega del Mondo, arrivando a volte ad interpretare l’organizzazione della quale si fa parte come la “propria organizzazione”. Ciò è importante non solo perché si fa parte di un movimento internazionale, e perché – come detto – il livello locale è volente o nolente condizionato dalle decisioni globali; ma anche e soprattutto perché ciò dovrebbe permettere una capacità di innovazione e di aggiornamento che – senza ovviamente mettere in discussione principi, standard ed identità del Commercio Equo – è premessa indispensabile per permettere al Commercio Equo – ed in particolare alle BdM – di mantenersi aggiornati ed attrattivi, e capaci di parlare anche ai giovani.

Problema che, come ben sappiamo, costituisce oggi una vera e propria priorità, anche sul piano commerciale, oltre che su quello dell’autorevolezza, visibilità e capacità di avere impatto politico e sociale.

Grazie Giorgio, gli spunti sono molti e attendiamo di vedere come si evolveranno le diverse proposte e come le metteremo in pratica anche a livello italiano come Equo Garantito.

Approvare la legge sul Commercio Equo – la richiesta di incontro al Presidente Gentiloni

Siamo a dicembre, manca poco alla fine della legislatura e la legge sul Commercio Equo e Solidale attende ancora la votazione finale al Senato – dopo l’approvazione alla Camera nel Marzo 2016.
 
Le organizzazione di Commercio Equo italiane (Equo Garantito, Fairtrade Italia e Assobotteghe), dopo la recente richiesta di mobilitazione dei sindaci a cui hanno aderito numerosi rappresentanti dei comuni italiani, hanno ritenuto opportuno sollecitare ancora il Governo e in particolare il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, chiedendo urgentemente un incontro entro fine anno perché non lasci cadere la proposta di legge nel vuoto.
Come cita la lettera inviata al Presidente del Consiglio: “Si tratta di un provvedimento a cui le organizzazioni promotrici di questa lettera, che rappresentano la quasi totalità delle realtà impegnate nella promozione e diffusione del Commercio Equo e Solidale nel nostro Paese, hanno contribuito fattivamente con tavoli di lavoro partecipati e incontri con i relatori, attraverso le ultime quattro legislature.
Ci teniamo ad evidenziare come il testo approvato alla Camera dei Deputati rappresenti il frutto di un lungo confronto e di una proficua collaborazione da parte nostra con tutte le forze politiche e parlamentari che si sono sempre dichiarate favorevoli all’approvazione di una Legge che disciplini il nostro settore”
 
Inoltre, come sottolineato da più parti tra cui il Rapporto 2017 di ASviS- Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile – per poter concretizzare il cammino dell’Italia verso modelli di economia più giusta e sostenibile, si devono intraprendere e sostenere proposte che possano centrare gli Obiettivi dell’Agenda 2030. Tra queste c’è sicuramente anche la nostra legge che, oltre a valorizzare un’economia equa e solidale, parla di giustizia sociale.
 
Equo Garantito sta lavorando da ormai due anni quotidianamente per seguire l’iter legislativo e continueremo a chiedere maggiore impegno ai senatori per arrivare ad una veloce e ampia approvazione del provvedimento, speriamo entro la fine di questo mandato. Sarebbe importante per non perdere l’ennesima occasione.
 
Attendiamo fiduciosi e vi terremo aggiornati.
L’iter della legga fino al 2016 e testo approvato alla CameraQUI

Local partnership for global change – i risultati al Comitato delle Regioni a Strasburgo

Equo Garantito ha partecipato alla conferenza finale del progetto “Ladder” promosso da Alda, per presentare gli ottimi risultati ottenuti con il progetto “Local partnership for global change” realizzato con il Comune di Torino – settore Attività di cooperazione internazionale e pace e la Coop. Mondo Nuovo.

A Strasburgo, presso il Comitato delle Regioni, insieme a numerosi rappresentanti di enti locali e organizzazioni della società civile europea, un momento per condividere le azioni e i risultati ottenuti e proporre nuove idee per i prossimi progetti.

Sulla nostra pagina facebook tutte le foto. Tutte le azioni del progetto a questo link.