Comprare equo e solidale è un atto politico

Il commercio equo per rispondere alla violenza.

“Comprare fair trade in questo momento è un atto politico”, così Alessandro Franceschini, presidente di Equo Garantito, l’associazione più rappresentativa del commercio equo e solidale italiano, dopo i fatti di Beirut, Parigi e Bamako. Perché “quel che sta accadendo oggi è il frutto di modelli economici che favoriscono gli interessi di pochi e la spoliazione di intere popolazioni”

Di fronte a quello che sta accadendo vicino e lontano a noi, di fronte al sostanziale sgretolamento di sicurezze che ci parevano incrollabili, è normale avvertire un senso di impotenza. Le forze in gioco sembrano infatti mosse da mani invisibili e lontane, tanto forti quanto incomprensibili. Legittimo quindi cercare risposte attendendo che politica e istituzioni internazionali prendano una qualche decisione e indichino una via.
Ma attendere non basta: mai come ora è essenziale che ciascuno di noi come cittadino prenda una posizione precisa rispetto a quello che sta accadendo. L’impotenza genera inerzia, e l’inerzia scivola spesso nell’incapacità di leggere i fenomeni e di poterli condizionare. Chi fa parte di una organizzazione di commercio equo e solidale sente che non solo qualcosa si può fare, ma che è arrivato il momento di agire e di convincere le persone che ci stanno vicine ad un atteggiamento costruttivo, dinamico, positivo. Sì, positivo, anche in un contesto così difficile di paura diffusa. Anche dopo Beirut, Parigi, Bamako.
Il contesto globale sta cambiando velocemente, ma appare sempre più chiaro a tutti che quanto oggi sta accadendo è il frutto del rafforzamento di modelli economici che favoriscono gli interessi di pochi e la spoliazione di intere popolazioni. La distruzione degli assetti politici, sociali e produttivi di interi Paesi è la causa della fuga di milioni di persone verso i nostri confini e dell’emergere di forze intolleranti, radicali e violente. Ed è un contesto in cui prosperano elìte e gruppi di potere che di volta in volta si scherano con l’una o l’altra forza in campo; sfruttamento del lavoro, depredazione sistematica dei beni ambientali e culturali; traffici legati agli armamenti, traffico di droga, di essere umani e di denaro sporco. E spesso questo accade attraverso organizzazioni finanziarie internazionali che utilizzano i nostri risparmi, in un gioco che non ha più confini geografici precisi, ma neppure schieramenti netti.
In questo mutato scenario internazionale, in cui tutti i riferimenti che avevamo solo pochi anni fa sembrano anacronistici e in cui non sappiamo più trovare chiavi di lettura valide a decodificare quanto accade, ecco che siamo interpellati tutti come cittadini e consumatori a operare delle scelte precise, a vincere il nostro senso di inadeguatezza: non vogliamo essere parte di un sistema economico che tollera diseguaglianze strutturali, opacità nei mercati commerciali e finanziari, ricchezze fondate sul mercato degli armamenti o su traffici criminali, concentrazioni economiche scandalose che fatalmente diventano poi strumenti di condizionamento politico. L’economia solidale in generale e il Commercio Equo in particolare possono essere parte di questa risposta. Possono essere testimoni delle nostre scelte e delle nostre posizioni. Mai come in questo momento il nostro comportamento di cittadini può dare dei segnali precisi a chi ci sta intorno, soprattutto ai ragazzi che hanno di certo meno punti di riferimento di chi era ragazzo qualche anno fa.
Comprare equo e solidale in questo momento è quindi un atto politico. Perché nel momento in cui l’unico linguaggio comprensibile pare quello della violenza, noi consumatori equi e solidali costruiamo una rete di relazioni fondate sul rispetto e il reciproco riconoscimento culturale tra produttori e consumatori. Perché le botteghe del commercio equo sono luoghi in cui si pratica con ostinazione l’esercizio del dialogo e del confronto, contro ogni semplificazione o chiusura culturale. Perché negli anni abbiamo voluto leggere il mondo che cambiava intorno a noi cercando una via di relazioni più aperta anche alle economie locali schiacciate dalla crisi. Perché infine su alcune questioni capitali non possiamo accettare compromessi, non dobbiamo girarci dall’altra parte o far finta di non vedere. Eravamo un’avanguardia quando si parlava di squilibri tra Nord e Sud del mondo 30 anni fa. Siamo un’avanguardia ancora più oggi perché cerchiamo di costruire un’economia nuova in cui i confini da superare non sono più solo geografici, ma legati a paure e chiusure che ci condizionano nel profondo ad ogni latitudine.
Comprare equo e solidale oggi vuol dire che possiamo reagire all’impotenza e alla frustrazione, rimettendo la giustizia economica al centro delle nostre scelte e quindi del futuro in cui vogliamo sperare e che possiamo già costruire.

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Allarghiamo lo spazio del dialogo

In queste ore ci sentiamo di suggerire una condotta e di dare un messaggio a tutte le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane.

La condotta è quella di allargare lo spazio del dialogo, del dibattito con tutti i frequentatori delle nostre botteghe e iniziative per tentare di disinnescare letture semplicistiche, manichee, che dividono tutti in categorie senza possibilità di scampo. E di evitare tramite il dialogo le strumentalizzazioni, le reazioni di pancia, le chiusure nette tipo “basta. io con questi ho chiuso”. Concentriamo il nostro pensiero e la nostra azione nell’elaborare e dimostrare vicinanza ai popoli distrutti da questa guerra nuova e insidiosa, dalla Francia alla Siria, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia a tanti alti Paesi.

Il messaggio riguarda il modello economico e sociale del mondo che stiamo vivendo, che crea situazioni di disagio e di violenza di enormi proporzioni. Dentro le quali emergono figure di veri e propri criminali, la cui condotta c’entra poco con la religione o con istanze politiche. Noi siamo sempre più convinti che sia necessario lavorare ogni giorno ad un modello di sviluppo che crei minori disuguaglianze e meno diversità di diritti alle varie latitudini. Non è la risposta completa, perché a un problema complesso non corrisponde una soluzione semplice. Ma è certamente una parte della risposta.

Dobbiamo tornare a sentirci umanamente partecipi di quanto succede ad altre persone di altri popoli, che siano francesi, siriani o afgani. Partecipi nel condannare gli atti criminali, partecipi nel piangere le vittime, partecipi nel lavorare con costanza e contiunuità per rimuovere le cause di tante sofferenze.

L’Associazione Equo Garantito

AGICES diventa EQUO GARANTITO

EQUO GARANTITO

QUESTO E’ IL NUOVO NOME
DELL’ASSEMBLEA GENERALE ITALIANA
DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE
VISIBILE ANCHE SULLE VETRINE DELLE BOTTEGHE

Domenica 8 novembre 2015 durante la 32esima Assemblea nazionale, le Organizzazioni socie dell’Associazione di categoria del fair trade italiano hanno votato all’unanimità il cambio di nome da AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale) a Equo Garantito.

Un nuovo nome, ma non solo – spiega Alessandro Franceschini, Presidente dell’Associazione Equo Garantito.
Questa scelta per noi costituisce una svolta epocale perché da un lato dimostra la voglia e la capacità di questo movimento di rinnovarsi a livello di identità e di comunicazione, dall’altro offre a chi entra nelle botteghe del commercio equo la possibilità di riconoscere più facilmente una garanzia: quella di acquistare prodotti realizzati e distribuiti da realtà che rispettano in tutta la filiera i principi del commercio equo e solidale contenuti nella Carta Italiana del fair trade, di cui Equo Garantito è ufficialmente depositaria. Equo Garantito afferma così la propria identità di Associazione di categoria e organo di autogoverno delle Organizzazioni italiane di Commercio Equo e Solidale ma allo stesso tempo lega la propria identità alla capacità di offrire garanzie a tutti i soggetti coinvolti: una nuova economia si fonda infatti sulla trasparenza nei confronti del consumatore e su accordi equi e continuativi con i produttori. E finalmente tutte le Organizzazioni italiane di Commercio Equo, siano essi importatori o botteghe del mondo, hanno adesso un “cognome comune” che un domani sarà percepito dai consumatori come garanzia di identità e impegno per costruire un’economia più giusta ed equa.

Equo Garantito è una piccola rivoluzione, che approda oggi ma che è iniziata nel maggio del 2013 quando, a Rio de Janeiro, l’Organizzazione mondiale del commercio equo e solidale (WFTO) stabilì i criteri mondiali secondo i quali un punto vendita può essere definito di “fair trade”. Da subito nacque l’esigenza di trovare un meccanismo di controllo per questi criteri e WFTO -che vanta oltre 450 soci che operano in 70 Paesi nel mondo- trovò nell’Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale – ex AGICES, adesso Equo Garantito – l’interlocutore per partire con la sperimentazione, poiché quest’ultima è stata la prima a raggiungere l’obiettivo di mettere in campo un metodo efficace di controllo (il proprio sistema di monitoraggio).

‘Equo Garantito’ è al tempo stesso il nuovo nome dell’Associazione e il logo che compare sulle vetrine dei punti vendita gestiti dalle organizzazioni socie: questo rende riconoscibile ed esplicito il fatto che l’organizzazione di fair trade che lo utilizza appartiene a un sistema di garanzia. Un sistema che mette al centro le realtà e che – controllandole – ne garantisce un comportamento 100% equo e solidale in tutta la filiera, dal produttore al consumatore. A questo si aggiunge il fatto che sia diventato possibile esporre contestualmente al logo Equo Garantito quello della WFTO. Questo rafforza la garanzia per tutti gli attori coinvolti nel processo: quelle italiane sono infatti le prime botteghe del mondo ad avere sulle vetrine la vetrofania con il logo dell’organizzazione internazionale (WFTO) accanto a quello di Equo Garantito.

“Il materiale di comunicazione che abbiamo preparato per questa rivoluzione
continua Alessandro Franceschini, Presidente dell’Associazione – rappresenta una vera e propria ‘nuova veste’ per le organizzazioni di commercio equo e solidale aderenti ad Equo Garantito. Questa operazione, che abbiamo costruito in tutti questi mesi, mira a due obiettivi: il primo è darci un ‘cognome comune’. Il secondo obiettivo della campagna ‘Equo Garantito’ -continua Franceschini- è quello di una importante promozione del nostro modo di fare commercio equo e solidale. Noi per primi: AGICES infatti rinuncia al proprio nome e logo, e non attribuirà più la dicitura ‘iscritto al registro AGICES’ per le realtà socie. Da oggi i consumatori troveranno la scritta ‘Bottega Equa e Solidale monitorata da Equo Garantito in accordo con gli standard WFTO’. Ma un’azione di promozione ha bisogno di un lavoro collettivo. Per questo abbiamo chiesto a tutte le organizzazioni non solo di esporre la vetrofania sulle loro botteghe ma anche di usare il logo ‘Equo Garantito’ in tutti i materiali accanto a quello della propria organizzazione. Dalla carta intestata alle fatture, fino ai volantini per le attività nelle scuole. Più verrà usato, maggiore sarà l’effetto in termini di visibilità per la nostra rete”.

19mila euro a FTG Nepal

EMERGENZA NEPAL

Raccolti 19mila euro per il nostro partner di commercio equo e solidale Fair Trade Group Nepal: grazie a tutti!

Lo scorso aprile AGICES – Equo Garantito ha lanciato una campagna di raccolta fondi per l’emergenza sopraggiunta in seguito al terremoto che ha colpito il Nepal e i paesi circostanti, causando enormi danni anche ad alcuni partner storici di commercio equo e solidale.

Grazie a tutte le le organizzazioni e ai singoli che si sono attivati siamo riusciti ad ottenere un importante e significativo obiettivo di raccolta. A giorni procederemo infatti a trasferire a Fair Trade Group Nepal circa 19 mila euro.

E’ una cifra importante che sicuramente contribuirà in maniera fattiva al grande lavoro di ricostruzione che i nostri partner produttori e le loro comunità in Nepal si trovano ora ad affrontare. Sino ad adesso abbiamo aspettato, su stessa indicazione di FTG Nepal, a trasferire quanto raccolto. Infatti solo adesso il governo nepalese ha approvato le linee guida per la costruzione di nuovi edifici e solo nel mese di ottobre partirà dunque a spron battuto l’opera di ricostruzione, prima che sopraggiunga l’inverno.

Potete scaricare il report dei danni subiti (a questo link: FTGN Earthquake Damage Report 28 July) che ci ha inviato FTG Nepal: i fondi che abbiamo raccolto saranno dunque utilizzati per far fronte alla drammatica situazione qui delineata. Abbiamo inoltre espressamente chiesto ai nostri amici nepalesi di tenerci informati circa la l’andamento della ricostruzione, condivideremo perciò in futuro anche gli aggiornamenti che riceveremo.

Grazie ancora a tutti per l’impegno profuso in questa importante raccolta fondi e per i risultati che insieme siamo riusciti ad ottenere.

Altromercato, tutto un altro bilancio

Più di 100 Soci, 300 punti vendita in tutta Italia, circa 40 milioni di euro di fatturato consolidato, 5mila volontari, 30mila persone attivamente coinvolte, rapporti di cooperazione con oltre 150 organizzazioni di produttori in 50 Paesi del mondo. Sono questi i numeri di Altromercato (www.altromercato.it), messi in fila nella seconda edizione dell’Altrobilancio, il bilancio di sostenibilità del biennio 2012/2014 (www.altromercato.it/altrobilancio).

Al centro del documento la qualità e i sistemi di garanzia del prodotto, le politiche di acquisto e le attività di cooperazione con i produttori, le attività di sensibilizzazione e i sistemi di controllo sull’organizzazione.

Prima di giungere all’Altrobilancio, i portatori d’interessi sono stati coinvolti attraverso la somministrazione di questionari, improntati a stabilire il livello di importanza delle diverse tematiche da considerera. Incrociando i risultati è poi nata la “Matrice di Materialità”, cuore dell’Altrobilancio, che rappresenta i temi più importanti per l’attività di Altromercato, indicandone le priorità.

“Per noi -spiegano da Altromercato- un prodotto di qualità è costituito da materie prime di alta qualità, che per il settore alimentare, ma non solo, provengono in gran parte da agricoltura biologica. È il più possibile sostenibile nel suo ciclo di produzione, consumo e smaltimento, ad esempio attraverso l’utilizzo per il confezionamento di materiali riciclati e riciclabili e la riduzione del peso e dell’utilizzo di imballi secondari. È un prodotto sicuro per il consumatore, grazie alle certificazioni ottenute da garanti esterni ma anche grazie alla trasparenza e completezza delle informazioni riportate sull’etichetta dei singoli prodotti”.

La sostenibilità è alla base anche dei rapporti con ciascun produttore: dal pagamento di un prezzo equo al prefinanziamento, pari ad oltre il 50% del valore degli acquisti stessi, dalla continuità nella relazione alla tutela della dignità, dei diritti umani e della giustizia sociale, dalla costruzione di filiere trasparenti e tracciabili alla promozione dello sviluppo sostenibile per le comunità e per l’ambiente, fino ai progetti di cooperazione e autosviluppo.

“Il Bilancio di Sostenibilità segna l’inizio di una transizione importante e non facile, che mira a rinnovare l’attività e l’immagine di Altromercato, a partire dalla volontà di offrire sponda commerciale anche ai produttori dell’economia sociale italiana -spiega Vittorio Rinaldi, Presidente di Altromercato-. Non possiamo infatti sottrarci al dovere di sostenere e valorizzare i piccoli produttori agricoli, gli artigiani, le cooperative sociali e le tante produzioni locali socialmente ed ecologicamente responsabili che subiscono nel nostro Paese l’impatto della recessione. Per questo nell’anno appena concluso tante energie abbiamo dedicato a gettare le fondamenta di un progetto di rilancio finalizzato a sviluppare un filone di commercio equo fatto in Italia, il Solidale Italiano Altromercato, appunto, che va ad affiancarsi al tradizionale filone dell’international fair trade”.

L’obiettivo è quello di diffondere i principi e i prodotti del commercio equo e solidale, favorire il cambiamento sociale e promuovere una maggiore equità delle regole del commercio internazionale.

L’Altrobilancio 2012/2014 è disponibile in formato digitale, in versione sfogliabile (con link a contenuti di approfondimento) e scaricabile sul sito internet www.altromercato.it/altrobilancio/

Equo ma non troppo? AGICES risponde

Dopo le “ombre sul commercio equo” è il tempo del più sobrio “Equo ma non troppo”. Un recente articolo apparso sul settimanale “D” de la Repubblica torna a sollevare le già discusse “accuse” rivolte al commercio equo e solidale, reo di aiutare “poco l’Africa, molto le imprese, per niente i lavoratori”. “Le associazioni -si legge nel pezzo intitolato ‘Equo ma non troppo’- si difendono. Però ammettono i difetti del sistema”. Tra queste anche AGICES, la cui opinione è stata riportata solo parzialmente.

Prima di pubblicarla, però, è bene fare un passo indietro. A far da fondamenta dell’approfondimento di “D” è, ancora una volta, una ricerca del Fair Trade Employment and Poverty Reduction (Ftepr, istituito dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale inglese) pubblicata a fine maggio 2014 e già ripresa dal mensile Africa sotto al titolo “Ombre sul commercio equo”. Compensi bassi, condizioni di lavoro peggiori di quelle riscontrabili presso società non legate al fair-trade, ricorso al lavoro minorile.

Già all’epoca, Vittorio Leproux, membro del direttivo di AGICES, aveva fatto notare che “i ricercatori hanno preso in esame solo due nazioni, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Altri studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università di Roma Tor Vergata o all’organizzazione Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del commercio equo, giungendo a conclusioni molto diverse”.

Alla ricerca Soas si sarebbe aggiunto un libro di Ndongo Samba Sylla, “un economista 35enne senegalese della tedesca Rosa Luxemburg Foundation, che in passato ha collaborato con Fairtrade”.

Ed è in questo confuso sovrapporsi dei “problemi maggiori per Fairtrade” che interviene Alessandro Franceschini, presidente di AGICES. Un chiarimento -per esteso e non per poche battute- più che una difesa.

1) Cosa pensa delle critiche che sono state mosse nei mesi scorsi dalla ricerca dell’Università Soas di Londra (sulle paghe dei contadini legati al commercio equo e solidale in Etiopia e Uganda, che risultano inferiori a quelle non legate all’equosolidale) e dallo studioso Ndongo Samba Sylla, secondo cui a beneficiare del sistema è soprattutto l’America Latina e non l’Africa?

“Più che di critiche parlerei di letture parziali di una realtà molto complessa e in continua costruzione, che naturalmente presenta delle criticità accanto a indubbi effetti positivi registrati da valutazioni di impatto e studi condotti negli ultimi 30 anni da Università ed enti di ogni continente. Ma gli elementi negativi non vanno assolutamente sottovalutati, anzi: vanno affrontati con decisione e risolti in tempi rapidi per non danneggiare la credibilità dell’intero sistema e dei milioni di produttori, volontari, lavoratori e consumatori che ogni girono costruiscono il Commercio Equo e Solidale. Il sistema di Commercio Equo che noi rappresentiamo è fondato sulla relazione tra Organizzazioni (oltre ai gruppi di produttori nel sud del mondo, gli importatori e le botteghe in Italia, organizzazioni democratiche e senza scopo di lucro) più che sulla certificazione di prodotto, e questo almeno potenzialmente può fornire qualche elemento in più di controllo sull’intera filiera. La risposta sta quindi nel non voler ridurre il commercio equo ad una mera relazione commerciale: si deve trattare piuttosto di una relazione tra organizzazioni, il cui lavoro è reciprocamente garantito.
Sulle critiche specifiche: nel rapporto Soas i ricercatori hanno preso in esame solo, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Alcuni studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università̀ di Roma Tor Vergata o dall’organizzazione internazionale Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del Fair trade, giungendo a conclusioni decisamente diverse. Il rapporto comunque mette in luce alcune criticità che non si devono sottovalutare. Una delle cause va ricercata nel fatto che spesso si agisce in zone povere e svantaggiate dei Paesi: può capitare che i produttori locali abbiano mezzi economici più modesti rispetto a realtà più solide e grandi dislocate in zone maggiormente sviluppate. Gli stessi autori della ricerca invitano a non sottovalutare questo aspetto. Così come, al di là dell’aspetto salariale, uno degli elementi che più caratterizzano il Fair Trade (secondo la voce proprio dei produttori) è la continuità della relazione economica, che non dipende da fluttuazioni di borsa e che continua anche in caso di difficoltà nella produzione. Relazioni e garanzie di continuità che permettono ai contadini, altrimenti soffocati dalle leggi del mercato, di accedere al credito, di mandare i figli a scuola e di poter pianificare il futuro: aspetti in molti casi anche più importanti della questione reddito. Da questa vicenda dobbiamo comunque imparare la lezione di essere più attenti e solleciti anche rispetto ai braccianti e agli stagionali che sono impiegati dalle organizzazioni di produttori.
Sul ritardo del Fair trade dell’Africa rispetto ad Asia e America Latina: è vero, per vari ordini di problemi (tra i quali i costi di trasporto per le importazioni e l’instabilità di molti contesti regionali) e molte Organizzazioni si stanno concentrando proprio su questo obiettivo, per sostenere i produttori africani che in molti Paesi stanno avviando percorso virtuosi. Un solo dato per quanto ci riguarda: dei 15milioni di Euro di importazioni da produttori di commercio equo da pare delle Organizzazioni nostre Socie, solo l’11% arriva dal continente africano. C’è ancora molto da lavorare”.

2) Può parlarci del mass balance, ovvero del sistema che permette di mescolare le materie prime certificate Fairtrade con materie prime tradizionali e mantenere comunque il bollino Fairtrade sul prodotto? È un sistema che ha un po’ “imbastardito”, annacquato il commercio equo solidale?

“Intanto è importante ribadire che la gran parte del Commercio Equo fondato sulle Organizzazioni lavora con un sistema di controllo e di monitoraggio non legato alla certificazione di prodotto. Non mi risulta che tra i nostri associati venga praticato il mass balance. Per il nostro modo di pensare il Commercio Equo e Solidale l’obiettivo è la tracciabilità totale a cui è importante tendere. Non è però detto che sia sempre tecnicamente possibile, ad esempio in una fase di implementazione del progetto, quando ancora i volumi di vendita non permettono l’approvvigionamento di materia prima sufficiente. Ma deve essere un’eccezione rapidamente sanata in un’ottica di filiera interamente equa e solidale”.

3) Si sente di rassicurare il consumatore italiano che compra equo e solidale? Comprare prodotti come il caffé Etiopia, le banane Ecor o la cioccolata Compañera, nonostante le polemiche, aiuta davvero i contadini del Terzo Mondo?

“Il Commercio Equo e Solidale è una delle forme di economia più innovative e “capaci di futuro” per ridisegnare i rapporti di forza tra le economie pubbliche e private in ogni angolo della terra, e soprattutto per difendere il lavoro di chi non ha tutele. Il solo portare al centro del dibattito politico ed economico internazionale e all’attenzione dei consumatori la voce di chi è più escluso, è di per sé una garanzia di sostegno a chi non ha voce in capitolo o luoghi dove farla sentire. A garanzia del consumatore proprio in questi giorni l’Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale sta lanciando per le proprie Organizzazioni socie il marchio Equo Garantito, una grande novità che assicurerà ai cittadini che entrano in una delle nostre botteghe il controllo della filiera (con un sistema di monitoraggio continuo certificato da un ente terzo indipendente) e il rispetto di quanto scritto nella carta dei Criteri del Commercio Equo e Solidale e in armonia con gli standard internazionali. La maggior forma di controllo dell’intero sistema è comunque la partecipazione da parte di consumatori attenti e sensibili al tema di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale”.

Le banche contro le foreste. La denuncia di Greenpeace

È un altro anniversario amaro quello che, stando a Greenpeace, si appresta a festeggiare l’Indonesia. È trascorso un altro anno infatti dalle rassicurazioni fatte dalla multinazionale cartaria (pulp&paper company) April, responsabile della pesante aggressione a danno di ampie superfici del decimo Paese per produzione di carta e secondo al mondo per tasso di deforestazione, a chi aveva richiesto azioni concrete e dunque sostenibili a tutela del patrimonio naturale del Paese. Il primo “non vi preoccupate” risale al 2004, quando l’azienda aveva assunto l’impegno di fermare lo “spappolamento” della foresta pluviale entro e non oltre il 2009. Poi la linea del traguardo è stata spostata in avanti, e poi avanti ancora, fino almeno al 2020, senz’alcun ripensamento nonostante incendi boschivi ricorrenti e inondazioni.

Nel 2014 i ricercatori di Greenpeace hanno verificato punto per punto le operazioni della April -controllata dal tycoon Sukanto Tanoto– fotografando impietosamente la “gestione sostenibile delle foreste” assicurata dall’azienda sull’isola di Padang, al largo della costa di Sumatra. Più avanti, il mese di marzo porta con sé altri scatti, dove i protagonisti sono gli immensi canali di drenaggio scavati, inferti.

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A maggio 2014 l’attacco continua. Gli scatti dall’alto ritraggono centinaia di ettari di foresta pluviale distrutti e un paesaggio tagliato da canali di drenaggio. Nel novembre scorso la April ha quasi interamente cancellato la foresta. La foresta ha ceduto il passo a un mare di tronchi d’albero e tronchi accatastati destinati al macero, con detriti. Le fotografie mostrate da Greenpeace sono la più evidente smentita delle affermazioni dell’impresa.

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Allo scandalo internazionale s’affianca un monito, che tocca i consumatori di tutto il mondo. “Le aziende che persistono ad acquistare da April, e banche come Santander e ABN Amro, che finanziano le operazioni di April, stanno contribuendo a rendere possibile questa distruzione”, ha scritto chiaramente Greenpeace, aggiungendo un altro triste capitolo al libro scritto dalle “banche -a loro modo- armate”.

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