Con Challenge Your Fashion,
vogliamo sfidarti a ripensare il tuo armadio,
rinunciando al fast fashion per almeno 2 mesi e scoprendo alternative sostenibili.
Sei prontə a fare la differenza?
Ogni tuo post può ispirare qualcun altrə a unirsi al cambiamento.
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Vuoi scoprire come vestire in modo responsabile
senza rinunciare allo stile?
La nostra guida gratuita ti aiuterà a:
Scopri i tessuti più comuni nel fast fashion e il loro impatto.
Gira le schede per scoprire i materiali più dannosi per la salute e l’ambiente
Plastica derivata dal petrolio travestita da tessuto
Solo il 14% del poliestere proviene dal PET riciclato
Un singolo ciclo di lavaggio può rilasciare fino a 700.000 fibre di microplastica
Difficilmente riciclabile e impiega secoli a degradarsi
Morbido, ma tossico
Non è traspirante, può far sudare e quindi far perdere l’iniziale sensazione di caldo
Prodotto con sostanze chimiche nocive
È tra i materiali meno biodegradabili
Conferisce elasticità alle fibre
Perde in fretta le sue caratteristiche
Non biodegradabile, contribuisce alla crisi dei rifiuti tessili
Naturale solo a metà: proviene da polpa di legno, ma il suo processo di produzione usa sostanze chimiche inquinanti
Prodotto con processi ad alta intensità energetica
È responsabile della dispersione di microfibre
Non biodegradabile
Rilascia sostanze tossiche nell’ambiente
Si deteriora rapidamente
A base di teflon
Interferente endocrino
Inquinante eterno
Resistente alla degradazione ambientale
Antimonio: assorbito tramite la pelle, è tossico se entra nel sangue
Ftalati: danneggiano organi riproduttivi e feto
Dimetilformammide e piombo: pericolosi per la fertilità e neurotossici per la riproduzione
Cadmio: può provocare danni ai reni e alle ossa
Condividi queste domande, falle girare, discutine con amicə e familiari.
Ogni scelta consapevole è un passo verso una moda che non sfrutta,
non inquina e non inganna.
Il fast fashion non è l’unica opzione.
SCOPRI ALTERNATIVE MIGLIORI PER IL TUO STILE E IL PIANETA.
Abbiamo raccolto tre storie di donne vittime della moda fast fashion.
Persone intrappolate in un sistema produttivo che è a tutti gli effetti schiavitù moderna per
consentirci di acquistare capi, spesso inutili, a prezzi bassissimi.
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#ChallengeYourFashion è una campagna di Equo Garantito, ideata e realizzata da un gruppo di 10 ragazzi e ragazze formatə e coinvoltə nell’ambito delle attività del progetto “Quando gli abiti non sono puliti”, finanziato da ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento, nell’ambito di “The CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment”, cofinanziato dall’Unione Europea.
I contenuti della campagna rappresentano l’opinione dei promotori che ne sono esclusivamente responsabili. Né l’Unione Europea né l’EACEA possono essere ritenute responsabili per le informazioni riportate né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente, non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento.
Realizzato nell’ambito di:
Finanziatori:
María ha passato gli ultimi 40 anni a cucire vestiti per grandi marchi internazionali. Ha iniziato a lavorare in una maquiladora – una delle tante fabbriche vicino al confine con gli Stati Uniti – quando ne aveva 20. All’epoca pensava che sarebbe stato un lavoro temporaneo, ma non è mai riuscita a trovare un’alternativa.
Oggi, a 60 anni, continua a lavorare 12 ore al giorno in condizioni estenuanti. Le sue mani sono segnate da anni di cuciture ripetitive, la vista è peggiorata per la continua esposizione alla luce artificiale e le sostanze chimiche usate per trattare i tessuti le hanno causato problemi respiratori. Ma non può permettersi di fermarsi: la pensione è un lusso che non avrà mai.
Ogni giorno cuce e rifinisce abiti che finiranno sugli scaffali di negozi in tutto il mondo. Vede ragazze più giovani entrare in fabbrica con le stesse speranze che aveva lei anni fa, solo per ritrovarsi intrappolate nello stesso ciclo di sfruttamento. María sa che se si ammalasse seriamente, perderebbe il lavoro e con esso l’unico sostegno economico per la sua famiglia.
Nel frattempo, il fast fashion continua a prosperare, aumentando i ritmi di produzione e abbassando i costi, senza preoccuparsi di lavoratori come María. Finché le condizioni di lavoro non miglioreranno e i consumatori non inizieranno a fare scelte più consapevoli, milioni di donne come lei continueranno a essere sfruttate fino all’ultimo giorno di lavoro.
Amina ha 14 anni e lavora in una fabbrica tessile alla periferia del Cairo. Ha iniziato a lavorare quando ne aveva appena 12, mentendo sulla sua età perché la sua famiglia non aveva più soldi per mandarla a scuola. Il padre si è ammalato e la madre, con tre figliə più piccolə, non poteva garantire da sola il sostentamento della famiglia.
Ogni mattina si alza prima dell’alba e prende un minibus affollato per raggiungere la fabbrica. Lì, per dieci ore al giorno, taglia e piega tessuti che diventeranno jeans e abiti venduti in grandi catene di moda europee e nordamericane. Lavora con altre ragazze della sua età e donne più grandi. Il rumore dei macchinari è assordante, l’aria è carica di polveri e l’odore delle sostanze chimiche usate per trattare i tessuti le fa bruciare gli occhi.
Nonostante la fatica, Amina guadagna solo pochi dollari al giorno. Ogni errore viene punito con insulti o con trattenute sul salario. Non ha diritto a pause regolari e deve lavorare anche nei giorni di festa per rispettare gli ordini urgenti. Quando prova a lamentarsi, i capisquadra le ricordano che ci sono molte altre ragazze disposte a prendere il suo posto.
Amina sogna ancora di tornare a scuola, ma ogni giorno che passa sembra sempre più improbabile. È intrappolata in un sistema che le ha rubato l’infanzia e che continua a sfruttare milioni di bambinə in tutto il mondo per soddisfare la domanda di vestiti a basso costo.
Sharmin ha 23 anni, due figli, e 5 anni fa si è trasferita a Dhaka. Lei e altre 40 famiglie hanno dovuto lasciare le loro terre natie nelle Sunderbans (India) perché il loro villaggio di pescatori è scomparso sotto l’acqua dopo numerose alluvioni dovute alla crisi climatica.
Ha trovato lavoro come operaia tessile, e ogni giorno entra nell’immensa fabbrica insieme ad altre 900 lavoratrici. Il locale adibito al confezionamento è senza finestre. Sharmin inizia alle sei del mattino ed esce solo a sera inoltrata, dopo dodici o quattordici ore passate a ripetere la stessa cucitura su migliaia di t-shirt. La paga è misera, insieme a quella del marito è appena sufficiente per comprare il cibo di base per la famiglia. Non ha un contratto chiaro né tutele; se si ammala rischia di perdere parte dello stipendio, se non il posto di lavoro. Come migliaia di altre donne in Bangladesh, è costretta a lavorare in condizioni insalubri, subendo soprusi verbali e fisici dai superiori. L’aria che respira è satura di polvere e chimica, l’illuminazione è artificiale e soffocante e le temperature insostenibili. I ritmi di produzione sono serrati e qualsiasi errore viene punito con trattenute sul salario o minacce di licenziamento. Ogni giorno, Sharmin cuce e rifinisce centinaia di capi destinati a negozi in Europa e negli Stati Uniti. Questi, dopo pochi utilizzi, possono già finire in discarica perché fuori trend. La sua condizione lavorativa è frutto di un sistema che garantisce massimi profitti ai grandi marchi, comprimendo i costi in fondo alla filiera: quelli della manodopera. Il salario che riceve è infinitesimale rispetto al valore dei capi che produce. Le sue giornate si ripetono identiche, senza prospettive, perché la domanda di vestiti a prezzi stracciati continua a salire, facilitata da ordini online conclusi in due click.
L’assenza di associazioni sindacali e il timore di ritorsioni le impediscono di chiedere condizioni migliori. Ma il problema non riguarda solo lei. Gran parte del sistema produttivo moda sfrutta il lavoro a basso costo nei Paesi del sud del mondo. Senza regolamentazioni più severe e senza una presa di coscienza da parte dellə consumatorə, delle aziende e della politica, Sharmin e milioni di altre di donne continueranno a lavorare in queste condizioni, intrappolate in un sistema che le considera sacrificabili.