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Cosa non sappiamo dei rifugiati siriani in Libano

Dialogo con Sheikh Abdou – la realtà dei profughi siriani e la proposta di Operazione Colomba per un rientro sicuro in Siria.

Equo Garantito ha deciso di dedicare in modo simbolico, la Giornata Mondiale del Commercio Equo 2018 al conflitto siriano, aderendo all’appello di Operazione Colomba “Noi Siriani”.

Venerdì 11 maggio, gli operatori di Operazione Colomba erano a Milano per concludere il giro di Sheikh Abdou in Europa. Sheikh è un rifugiato siriano in Libano e l’organizzazione italiana sta lavorando sul campo per supportare i profughi siriani da alcuni anni. La situazione dei profughi siriani in Libano è drammatica a quanto ci dicono Maria (Operazione Colomba) e Sheikh. Non ci sono possibilità di vivere una vita dignitosa ne di costruire nuove possibilità o di poter tornare in Siria in un luogo sicuro.

Li abbiamo incontrati alla fine di un’interessante conferenza all’Università Cattolica di Milano che li sta supportando e abbiamo approfittato per fare loro qualche domanda per aggiornare i nostri soci e tutti coloro che sono interessati a sapere di più sul conflitto siriano.

Ci aiuta a capire e raccontare la situazione dei profughi siriani in Libano anche la nostra Alessandra Governa, della Coop. Zucchero Amaro con cui abbiamo parlato di migranti e rifugiati già in passato.

QUI tutta l’intervista a Sheikh e la testimonianza diretta di Alessandra.

Grazie a Maria, Sheikh e Alessandra e buona lettura.


Intervista a Sheikh Abdou e Maria di Operazione Colomba

Diamo due informazioni sulla presenza di Operazione Colomba in Libano:

Presenza nel paese: dal 2013/2014 è iniziata una presenza fissa nel villaggio di Tel Abbas e in uno dei campi profughi ad esso adiacenti.

Tel Abbas è un villaggio con circa 3000 abitanti di cui 2000 cristiani ortodossi e 1000 musulmani sunniti. Negli ultimi due anni si sono aggiunti 2000 siriani musulmani sunniti. Questo villaggio si trova a nord del Libano, in una delle regioni più povere e con il maggior numero di profughi, a soli 5 km dal confine con la Siria.

Gli obiettivi del progetto di Operazione Colomba nel paese di Tel Abbas e nel vicino campo profughi sono:

  • Stare accanto ai profughi e, ove possibile, aiutarli nelle necessità più immediate e concrete;
  • Abbassare la tensione e favorire il dialogo tra siriani e libanesi per una migliore convivenza e perché si creino legami di solidarietà;
  • Trovare alternative valide all’attuale situazione dei profughi siriani;
  • Promuovere vie di risoluzione al conflitto efficaci e condivise;
  • Mantenersi costantemente aggiornati sugli sviluppi della situazione siriana, attraverso informazioni affidabili apprese dalle persone direttamente coinvolte nel conflitto;
  • Qualora si ripristinassero le condizioni minime di sicurezza, tentare un viaggio esplorativo in Siria per valutare un’eventuale presenza.

Maria è volontaria operatrice di Operazione Colomba e ha vissuto 1 anno in Libano e 2 anni in Palestina e mentre Sheikh termina di salutare tutti gli ospiti che sono venuti a salutarlo, le chiedo di raccontarmi meglio la vita dei profughi siriani in Libano.

Il Libano non ha firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati e quindi, ci dice Maria, “i profughi non sono profughi, sono riconosciuti come illegali, non viene riconosciuto loro lo status di profugo in quanto scappano da una guerra e le loro case sono state distrutte. Da ciò deriva che non possono avere documenti in regola e questo crea moltissimi problemi per la loro vita quotidiana. La sicurezza in primis, appena escono dal campo, che non è un campo attrezzato o in cui le ong operano, ci sono numerosi check point in cui vengono fermati e spesso arrestati perché non hanno documenti in regola. Ad oggi la situazione è che il 60% dei detenuti libanesi sono siriani e il 90% di questi siriani è in carcere per questo problema di assenza di documenti.”.

La verità è che i campi profughi sono accampamenti che i siriani devono affittare privatamente e poi attrezzano con tende e poco altro. Non sono campi ufficiali come quelli dell’UNHCR ad esempio. Poche ong lavorano dando alcuni servizi tra cui quelli sanitari. La sanità è a pagamento alcune organizzazioni pagano alcune cure, ma l’accesso alla sanità è impossibile e senza documenti non possono lavorare. Quindi molti di essi lavorano in nero e non hanno nessuna garanzia di essere pagati e ci sono molti casi di schiavitù.

Maria ci da uno spaccato di una situazione davvero difficile.

Le chiediamo informazioni sulle scuole, l’educazione, a quali servizi possono accedere i bambini?

In generale, conferma, non c’è accesso alla scuola. Da un anno grazie ad una donazione del Regno Unito i bambini  possono accedere alle scuole siriane con due turni il pomeriggio.

Ora che Sheikh è pronto gli chiedo per prima cosa com’è andata la missione in Europa e in Italia, che cosa si aspettava da questi incontri e cosa pensa si sia ottenuto.

La prima cosa che ci dice è che pensare questa missione in Europa è stata una sfida poiché si è scelto di invitare un profugo siriano in Libano che visita l’Europa ma che poi torna in Libano nel campo e non qualcuno che rimane qui, poiché spesso quando i profughi lasciano il Libano succede che effettivamente si perdono molti contatti con chi ancora abita nei campi o in Siria stessa. Molti che sono arrivati con i corridoi umanitari non sono molto in contatto con la realtà del Libano.

Operazione Colomba è l’associazione con cui lavorano meglio poiché vive, ed è presente sul campo in Libano e sa come vanno le cose realmente. E’ difficile raccontare la realtà della vita nel campo.

Operazione Colomba e Sheikh hanno incontrato diverse personalità europee,  tra cui in particolare Staffan De Mistura Inviato speciale del segretario generale dell’ONU per la Siria, e in tutti i posti in cui sono stati, hanno portato la voce dei profughi siriani in Libano. Una voce che si sente poco, tutti sono impegnati a parlare di profughi senza mai chiamarli in causa è questa anche la realtà dei nostri media.

L’importanza di questi incontri, conferma Sheikh è proprio il riuscire a dare voce a chi non ne ha e  far conoscere le realtà che vivono i profughi della guerra in Siria in Libano.

Continuiamo la nostra chiacchierata e gli chiedo da dove è venuta la proposta dell’Appello “Noi Siriani”. Sheikh ci dice che insieme ad Operazione Colomba si è iniziato a pensare a quali fossero i principali problemi dei profughi e a quali potevano essere i modi per migliorare la loro situazione e allo stesso tempo proporre una soluzione per il rientro sicuro in Siria.

Nel campo, continua Sheikh, la mancanza di sicurezza, di salute di accesso all’educazione e al lavoro rendono la vita impossibile ma non possono andarsene ne in Europa ne tornare in Siria in una situazione così instabile. Il governo libanese a quanto ci conferma,  non è più in grado di supportare i profughi e anche le ong non hanno molti fondi disponibili per gli aiuti. La soluzione quindi che abbiamo trovato è quella proposta nel nostro appello.

Gli chiedo allora se davvero non c’è soluzione o qual è l’unica soluzione possibile che lui vede.

La soluzione per i profughi è che se vadano dal Libano poiché li non ci sono prospettive, afferma Sheikh. Non è questa l’unica proposta possibile, conferma anche Maria che sta traducendo da ormai 4 giorni l’arabo di Sheikh ma sempre con il sorriso. La proposta dell’appello è quello che essi speriamo verrà fatto, una zona neutrale per poter tornare in Siria e lasciare il Libano. L’auspicio e di non rimanere in Libano a lungo.

Ci sono moltissime vittime nei campi, che hanno perso la vita per mancanza di igiene, per incidenti sul lavoro o per la mancanza di sicurezza in particolare i bambini.

La volontà è quindi quella di migliorare la situazione oppure di cambiare per non morire anche in Libano.

Quello che chiede Sheikh è che i profughi possano tornare in Siria non sotto il regime ma sotto una forma di riconoscimento internazionale diversa, come ad esempio quella della Comunità di San Jose de Aparthado in Colombia. Non vogliono tornare in Siria e dover andare in carcere perché non si vogliono arruolare e prendere parte al conflitto e questa è la proposta dell’Appello. Vogliono tornare in dignità in sicurezza e nel rispetto dei diritti umani.

L’adesione di Equo Garantito all’appello ha lo scopo di promuovere la proposta di pace per il rientro in Siria tra tutti i nostri soci e contatti e chiedo a Sheikh cosa pensa sia necessario dire e comunicare ai potenziali interessati a sostenere questa proposta.

Sheikh sorride e conferma che non ha più molta fiducia nella politica, ma è molto importante diffondere e far crescere la proposta. Il messaggio è che in Libano ci sono un milione e mezzo di profughi siriani ma queste persone non sono numeri ma essere umani e chiedono il supporto nella proposta per garantire loro la sicurezza.

Anche rispetto alla solidarietà della società civile, gli chiedo se pensa che si debba fare di più poiché le cose molto spesso si cambiano partendo dalla base. Mi conferma che la base e la società civile sono fondamentali, quindi ci chiede di mobilitarci in maniera forte e cercare di creare una rete di persone e associazioni che possano lavorare per questo.

A Taizè hanno incontrato moltissime persone e se anche uno solo parla della situazione dei profughi, sarà importante. Il messaggio finale che  ci lascia Sheikh è che non dobbiamo lasciare che le armi e la politica fermino la pace. I siriani in Siria sotto la guerra hanno bisogno di sentire la presenza della società civile internazionale di giovani, aperti informati e aperti all’altro.

Ci salutiamo, ora li aspetta l’incontro con il consiglio comunale e poi il rientro. Speriamo di rivederci presto con notizie migliori.

Alla proposta “Noi siriani” hanno aderito molti soci di Equo Garantito e il lavoro su come promuovere l’Appello e capire come sostenere la campagna è appena iniziato.

Aggiungiamo a questa intervista, la testimonianza di Alessandra Governa, storica volontaria della Coop. Zucchero Amaro di Chiavari, che ha avuto l’opportunità di andare in Libano e visitare di persona il campo di Tel Abbas e che ci racconta qualche dettaglio in più sulla situazione dei profughi siriani in Libano.

I siriani il Libano – cosa non sappiamo di chi scappa dalla Siria e come possiamo sostenerli.

Trascorrere il 12 maggio – giornata del Commercio Equo – in Libano è di per sé una stranezza. Trascorrerla proprio al campo di TelAbbas dove è forte e costante ormai da anni la presenza dei volontari di Operazione Colomba è un privilegio.

Non ero, come spesso mi è capitato, in viaggio “per il Commercio Equo e Solidale”, a visitare uno dei tanti produttori con i quali le organizzazioni italiane si rapportano commercialmente, ma proprio per una ricerca legata alla situazione dei profughi siriani nel paese. Il progetto si chiama “Fragile Mosaico” ed è promosso da Melting Pot l’Associazione Ya Basta Êdî Bese, Borders of Borders e IndieWatch.

Molte delle cose che vorrei raccontarvi, le avete già lette nelle parole di Sheikh. C’è però una frase che mi risuona da giorni in mente e che davvero ci fa capire cosa vuol dire essere siriano oggi in terra libanese.

Vogliono che moriamo in silenzio. Oltre un milione di persone, scappate dalla guerra, non possono stare in Libano e non possono tornare a casa. Sono le persone che per tanti motivi (ora la ragione è prettamente economica) non si sono allontanate dalla regione, convinte che la guerra sarebbe durata poco. Sono persone che avevano già legami, lavorativi o parentali e che ora si trovano intrappolati.

Il Libano non li vuole, per molte ragioni diverse. Da una parte c’è l’impossibilità di accogliere e gestire un numero così alto di persone per un paese che è grosso come l’Abruzzo e che ha esso stesso un’economia fragile e in difficoltà. Dall’altra ci sono paure più o meno fondate come la paura che si riproponga ciò che negli anni è successo con i Palestinesi (riconosciuti rifugiati sotto mandato dell’ONU) o la paura che una componente così forte di persone con una determinata appartenenza politico – religiosa metta in crisi gli equilibri del paese. E poi sentimenti di rivalsa, se non di odio, verso una popolazione che storicamente è sempre stata considerata nemica e ostile.

La politica del “no camp” libanese si tramuta per un’esistenza al limite della resistenza per uomini, donne e bambini già provati dalla violenza subita a casa.

La gran parte di loro vive in affitto nelle città, in garage, sottoscala, stanze in palazzi in costruzione o non più ricostruiti, non ha documenti, non ha diritti (alla proprietà, al movimento, alla salute, all’educazione, alla casa) e può lavorare – ovviamente in nero – solo nel settore agricolo, delle costruzioni o dell’ambiente.

Molti di loro vivono però in campi informali, pagando l’affitto al proprietario del terreno su cui hanno costruito la tenda (come succede a TelAbbass). Molti di loro per paura di essere fermati ai check point ed essere trattenuti per la mancanza di documenti, non escono praticamente mai dai campi.

Tutto questo dura dall’inizio della guerra. Ci sono bambini nati nei campi. Ci sono bambini che hanno visto la loro casa ad Aleppo distrutta e ora hanno solo una tenda.

Nonostante ormai da più parti si cominci a parlare della Siria come di un luogo sicuro in cui tornare, almeno in alcune zone, questo non è vero. Non è vero da un punto di vista logistico e pratico, ma nemmeno da un punto di vista della sicurezza personale: chi è scappato spesso è considerato un ribelle per cui rischia trattamenti disumani e degradanti o l’arruolamento obbligatorio nell’esercito.

Un girone infernale senza fine. Siamo abbandonati da tutti, vogliono che moriamo in silenzio.

Cosa fare?

  • Pressare affinché il governo libanese riconosca i diritti umani e conceda il permesso a vivere dignitosamente sul suo territorio e sostenere in modo lungimirante con strumenti di cooperazione, economici, politici gli eventuali sforzi del governo libanese in questo senso
  • Fare pressione affinché i canali legali e sicuri di redistribuzione dei profughi siriani attualmente in Libano in altri paesi promossi dalle organizzazioni internazionali (UNHCR con il resettlement ad esempio) o nazionali (i corridoi umanitari di Mediterranean Hope, progetto delle Chiese Valdesi, FCEI e Comunità di Sant’Egidio) abbiano riconoscimento e ampliamento. Ad oggi sono l’unica via di uscita per i siriani.
  • Sostenere Operazione Colomba in tutti i modi che il progetto stesso ci indica.
  • Non dimenticare una delle basi del Commercio Equo e Solidale: dietro a ogni cosa, c’è una persona con una storia. Raccontare la storia è di per sé già un atto umano di resistenza.

Per info: www.operazionecolomba.it

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