L’agricoltura in catene

La filiera agricola mondiale è in catene. Chi la tiene costretta, gravando sull’approvvigionamento alimentare del pianeta, sono pochi soggetti, ben identificabili, accomodati sul collo di quell’imbuto che collega gli oltre 2,5 miliardi di contadini, produttori o lavoratori delle terre e i 7 miliardi di consumatori urbani.

Secondo lo studio “Who’s got the power? Tackling imbalances in agricultural supply chains” commissionato da Fair Trade Advocacy Offic (http://www.fairtrade-advocacy.org/) e, PFCE (Plate-Forme Française du Commerce Equitable), Traidcraft, e Fairtrade Deutschland, infatti, gli “input suppliers”, e cioè le grandi multinazionali della chimica e delle sementi (Monsanto, Synenta, Basf, Du Pont), i mediatori (Bunge, Cargill, LouisDreyfus), i grandi marchi manifatturieri (Mondelez, Nestlé, Mars, Danone, Pepsico) e i rivenditori (Tesco, Lidl, Metro Group) hanno creato dei “canali stretti” entro i quali i beni sono obbligati a transitare per poter raggiungere l’ultimo anello. Un “potere d’acquisto” che -si legge nel report- “gli conferisce un’enorme capacità d’influenza produttiva e di stabilimento dei prezzi”.

Non è una notizia. L’imbuto del resto risale ai tempi dell’Europa colonialista, com’è riconosciuto nel rapporto; l’elemento “innovativo” è dato però dall’estrema concentrazione verificatasi negli ultimi decenni. “Questo studio -scrive nella prefazione Olivier De Schutter, co-presidente del Panel internazionale degli esperti sulla sostenibilità alimentare e Special Rapporteur Onu sul diritto al cibo- dimostra come i compratori sono più forti e concentrati di prima”.

Tra le filiere “tipiche” del modello gerarchico sono descritte quelle della canna da zucchero, del caffè, del cacao, dell’olio di palma, della soia, della frutta e verdura fuori stagione e della frutta tropicale.

Il “mercato” della banana vede oggi 500mila produttori e solo 5 mediatori e 5 “maturatori”. Questi ultimi però -Fyffes, Chiquita, Dole, Del Monte, Bonita e pochi altri- raggranellano con i rivenditori oltre l’85% del valore della transazione, lasciando alla maggioranza numerica le briciole.

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È lo stesso nella canna da zucchero, dove rivenditori, raffinatori (Copersucar, Tereos, ABSugar), mercanti (Cargill, Bunge, ED&F MAN) e proprietari degli stabilimenti lasciano al primo gradino meno del 20% del valore della produzione.

E così il caffè, con l’enorme e sistematico potere dei “tostatori” di Nestlé, Mondelez, SaraLee, P&G -cui spetta oltre il 40% del valore- e mediatori di ECOM, VOLCAFE e Neumann Kaffee Gruppe.

È un imbuto che produce diseguaglianze, spopolamento delle comunità rurali, sfruttamento e volatilità dei prezzi. Un sistema che non funziona e che necessita di un approccio equo e solidale, come studi indipendenti citati nel report dimostrano. Un cambio di paradigma che l’Unione europea, però, stenta a fare proprio, incentivando “competitività” e UTPs, ovvero pratiche commerciali scorrette, magari anche dal punto di vista fiscale -come peraltro ben mostrato dal report sui “capitali nascosti” curato dalla rete Eurodad.

“Ombre sul commercio equo”? Agices risponde ad Africa

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“Ombre scure”, “seri dubbi”, “presunti risultati insoddisfacenti”. Gli esiti di una ricerca del Fair Trade Employment and Poverty Reduction (Ftepr, istituito dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale inglese) pubblicata a fine maggio scorso -e leggibile integralmente qui-, avrebbero messo in discussione i principi cardine del commercio equo e solidale. O meglio: lo avrebbero fatto in due Paesi, Etiopia e Uganda.

Il periodico “Africa ha riportato a settembre alcune sintetiche conclusioni del rapporto. Compensi bassi, condizioni di lavoro peggiori di quelle riscontrabili presso società non legate al fair-trade, ricorso al lavoro minorile. Il tutto con alcune immagini di prodotti del commercio equo -compreso un calendario- che con i Paesi “incriminati” nulla hanno a che spartire. Riso thay, tè nero, un cadeau natalizio.

Sta di fatto che il richiamo ha dato il la a un serrato dibattito sulle reali differenze tra la filiera dei prodotti delle botteghe del commercio equo e quella dei contenuti degli scaffali del supermercato. Determinando il solito cortocircuito logico caro alla grande distribuzione: l’eventuale eccezione dell’universo equo conferma la regola del carrello. “C’è ancora da fidarsi?”, la domanda laconica di “Africa”. “Siete davvero sicuri di aiutare i piccoli produttori del sud del mondo acquistando i prodotti equosolidali?”, ha proseguito il periodico.

“In Italia -ha scritto l’autore dell’articolo- la vicenda è passata sotto silenzio”.

Da allora però sono stati diversi i rilanci del titolo dell’approfondimento di Africa -“Ombre sul commercio equo”- ma pochi quelli attenti alle parole di chi, come Agices (253 botteghe, oltre mille lavoratori e 83 milioni di euro di fatturato), in quel mondo si ritrova immerso.

“È periodico questo attacco generalizzato al mondo al mondo del commercio equo e solidale -spiega il presidente di AGICES, Alessandro Franceschini– sulla base di esempi mal paragonati. Certamente tutto il processo è migliorabile, e la risposta sta ancora una volta nel non ridurre il commercio equo ad una mera relazione commerciale. Secondo il nostro modello e la nostra visione  si deve trattare piuttosto di una relazione tra organizzazioni, il cui lavoro è reciprocamente garantito”.

Riportiamo integralmente l’intervista contenuta nell’articolo di Africa a Vittorio Leproux, membro del direttivo di Agices, che contribuisce a diradare le “ombre scure”.

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“Ben vengano le critiche avanzate da osservatori indipendenti, possiamo senz’altro migliorare, purché non si generalizzi e non si banalizzi lo straordinario patrimonio di valori e di persone rappresentato dal commercio equosolidale». Vittorio Leproux, membro del consiglio direttivo di Agices (l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio equo e solidale nel nostro Paese), non si sottrae alle domande scomode.

Pare che abbiate fallito i vostri obiettivi di umanizzare il commercio.
Ho letto il rapporto, non ho motivi di pensare che sia stato condotto male. Tuttavia i ricercatori hanno preso in esame solo due nazioni, Etiopia e Uganda: un campione piuttosto circoscritto. Altri studi, ben più articolati, come quelli condotti dall’Università di Roma Tor Vergata o dall’organizzazione Oxfam, hanno valutato sul campo gli effetti del commercio equo, giungendo a conclusioni molto diverse. Ciononostante, il rapporto mette in luce alcune criticità che non voglio sottovalutare. Ci tengo poi a sottolineare come Agices in Italia rappresenti le organizzazioni di Commercio equo e solidale il cui rapporto diretto con i produttori costituisce un’ulteriore garanzia rispetto alle sole certificazioni di prodotto.

Alcuni produttori certificati Fairtrade guadagnano meno dei loro colleghi che commercializzano tramite i canali tradizionali: com’è possibile?
Non conosco direttamente le realtà oggetto dell’indagine, ma una delle cause potrebbe essere il fatto che commercio equo agisce spesso nelle regioni più povere e svantaggiate dei Paesi. È naturale che i produttori locali abbiano mezzi economici più modesti rispetto a realtà più solide e grandi dislocate in zone maggiormente sviluppate. Gli stessi autori della ricerca invitano a non sottovalutare questo aspetto.

Leggendo le conclusioni del Rapporto, si è orientati a pensare che il commercio equo non sia un mezzo efficace per combattere la povertà.
La questione salariale è importante, non lo nego, ma non è la sola da considerare. Gli importatori di commercio equo e solidale, gli acquirenti, si assumono impegni precisi nei confronti dei piccoli produttori del sud del mondo: il prefinanziamento, la continuità degli acquisti, prezzi e quantitativi minimi garantiti, contratti di lunga durata. Sono tutti valori aggiunti che permettono ai contadini, altrimenti soffocati dalle leggi del mercato, di accedere al credito, di ridurre i rischi e di poter pianificare il futuro. Sovente questi aspetti sono anche più importanti delle sole variabili di reddito.

Pare che i benefici del fair trade non siano condivisi equamente tra i produttori…
È un aspetto da approfondire. Non dobbiamo commettere l’errore di sostenere solo nostri partner diretti: ovvero, nei casi in questione i soci delle cooperative agricole. Dobbiamo anche occuparci dei braccianti stagionali, dei contadini che collaborano con le cooperative senza farne parte. Sono produttori ancora più deboli: vanno tutelati maggiormente.

I ricercatori hanno trovato dei ragazzini in età scolare al lavoro nelle piantagioni del fair trade: non lo trova sconcertante?
Ovviamente il lavoro infantile è assolutamente vietato, e se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che sia denunciato. Tuttavia in alcune realtà del sud del mondo è consuetudine che i figli adolescenti aiutino i genitori nel portare avanti alcune attività artigianali. Naturalmente ciò non deve in alcun modo compromettere gli studi scolastici.

Resta l’impressione che le certificazioni etiche non garantiscano affatto comportamenti esemplari da parte degli operatori del fair trade…
Tutto è migliorabile. Si stanno mettendo a punto nuovi sistemi di monitoraggio e di valutazione, più efficaci e stringenti. Dagli errori si può e si deve imparare. Non nego che ci possano essere delle falle nel sistema. Ad ogni modo, credo fortemente nell’ulteriore garanzia data dalle organizzazioni di Commercio equo e solidale, e dal loro essere in partnership diretta con i produttori (e non basarsi solo sulle certificazioni di prodotto). Mi sento quindi di rassicurare i consumatori, rinnovando l’invito a sostenere e a credere nei valori del commercio equo e solidale.

Fair Trade a colazione

Sergi Corbalán, coordinatore del Fair Trade Advocacy Office, con Nyagoy Nyong’o, direttrice di Fair Trade Africa e Linda McAvan, chair of the European Parliament’s Committee on Development and of the Fair Trade Working Group. A destra Giorgio Dal Fiume)

Il gruppo di lavoro sul commercio equo insediato presso il Parlamento europeo ha dato vita all’inizio di ottobre ad una Fair Trade Breakfast. Ad aprire le danze dell’incontro è stata Linda McAvan, punto di riferimento del gruppo di lavoro, che ha dato il la all’iniziativa al cospetto di 50 parlamentari europei.

Dal lavoro svolto nella scorsa legislatura -supportata anche dai nuovi vice presidenti nominati Sirpa Pietikäinen, Judith Sargentini, Charles Goerens e Helmut Scholz- agli obiettivi del Fair Trade dentro i confini comunitari.

Tra i relatori anche Giorgio Dal Fiume*, presidente della World Trade Fair Organisation Europ, che ha dato ampio spazio all’illustrazione delle attività e al funzionamento delle filiere del commercio equo nel Sud del Mondo.

* Con un percorso alle spalle di formatore sui temi ambientali, sociali e dell’interculturalità, il suo impegno nel mondo della cooperazione internazionale lo ha portato a scoprire il Commercio Equo e Solidale ed a fondare – con altri amici – nel 1992 a Bologna la Bottega del Mondo Ex Aequo. Da allora non ha più smesso: nel 1998 diventa Presidente di Ctm altromercato (il principale importatore italiano Fair Trade), carica che mantiene fino al 2007. Dal 2008 membro del Board di WFTO-Europa, di cui diviene presidente dal 2010. Per diversi anni è stato anche “esperto” del Fair Trade Advocacy Office di Bruxelles, con ripetute frequentazioni in incontri/eventi dell’Unione Europea. Per 3 anni è stato anche membro del CdA di Altreconomia, e dal 2010 è nel Direttivo di AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale). E’ autore di testi e numerosi articoli sui temi Commercio Equo, Economia solidale/sociale, intercultura.