NO al caporalato Made in Italy

Le prime pagine dei giornali, negli ultimi mesi, hanno raccontato l’altra faccia del Made in Italy: nomi noti come Armani, Loro Piana, Valentino e Tod’s sono balzati all’onore della cronaca per le inchieste dalla Procura di Milano che ha svelato un sistema di sfruttamento strutturale, fatto di turni massacranti, fabbriche nascoste, compensi da fame e condizioni degradanti.
Il lavoro della magistratura rischia di essere vanificato dall’azione “opposta e contraria” del Parlamento.
Con il Disegno di legge sulle Piccole e Medie Imprese (Ddl PMI), già approvato al Senato, il Governo propone infatti una certificazione volontaria di conformità della filiera che – come riporta la campagna Abiti Puliti a cui Equo Garantito aderisce – nasconde, dietro un presunto obiettivo di trasparenza, un pericoloso scudo penale per le aziende capofila.

L’appello della società civile


È per questo che società civile e sindacati lanciano un appello urgente al Parlamento: «Lo scudo penale previsto da Ddl PMI legalizza lo sfruttamento nella filiera della moda».
In altre parole, si propone una certificazione su base volontaria — l’ennesimo bollino che rischia di diventare un paravento per comportamenti irresponsabili e un ulteriore onere burocratico per i fornitori.
Ciò di cui il settore moda in Italia ha bisogno sono serie politiche industriali e del lavoro per rilanciare un tessuto produttivo sano, basato su innovazione, transizione ecologica, pieno godimento dei diritti nelle fabbriche e lavoro dignitoso.
Il vero Made in Italy non nasce dallo sfruttamento, ma dal lavoro dignitoso. È tempo che la politica stia dalla parte di chi lavora, non di chi chiude gli occhi.

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